Giacomo Susani, Under a crescent moon
Il nuovo progetto discografico del chitarrista e compositore italo-britannico racchiude composizioni inedite e arrangiamenti per chitarra sola di brani di Debussy e Ravel
01 aprile 2026 • 4 minuti di lettura
In collaborazione con Barco Teatro
Dopo il successo di Intrecci – New Compositions and Arrangements for solo Guitar, disco Amadeus d’Oro pubblicato per l’etichetta Stradivarius, il chitarrista e compositore Giacomo Susani presenta il suo nuovo progetto discografico. L’album Under a crescent moon, il cui titolo si ispira a un haiku di Matsuo Bashō, prosegue e approfondisce l’esplorazione delle possibilità espressive della chitarra classica. Tra composizioni originali e arrangiamenti di opere di Debussy e Ravel, brani concepiti e registrati in un periodo di tempo estremamente concentrato, l’album si presenta come un lavoro di grande unitarietà linguistica ed espressiva.
Per conoscere più da vicino lo spirito e il pensiero che hanno contribuito alla realizzazione di questo disco, abbiamo intervistato il compositore, direttore d’orchestra e chitarrista italo-britannico Giacomo Susani.
Come nasce questo nuovo disco?
«Il disco nasce dalla vittoria del bando SIAE Per Chi Crea e rappresenta l’ideale secondo capitolo di un lavoro molto simile realizzato nel 2024: Intrecci, un lavoro in cui compaio sia come compositore sia come interprete, e che contiene mie composizioni originali e miei arrangiamenti di brani di repertorio per chitarra sola, accostati a coppie. Il nuovo disco, Under a crescent moon, si inserisce nello stesso solco: anche qui sono coinvolto come interprete, compositore e arrangiatore. Tuttavia, rispetto al primo lavoro, c’è una differenza sostanziale. Se Intrecci era strutturato in coppie di brani distinte (una composizione originale affiancata da un arrangiamento affine per estetica e sonorità), in questo nuovo CD gli arrangiamenti fanno da contorno e permeano l’intero tessuto musicale dei brani originali. Questo conferisce al disco una maggiore unità stilistica. Tutto ciò si riflette anche nella scelta dei compositori: in questo caso si tratta di Debussy e Ravel. La loro presenza offre un’impronta sonora ben definita, che si riflette anche nelle mie composizioni».
Quindi Debussy e Ravel possono essere considerati riferimenti musicali per le sue composizioni?
«Si, anche se non in modo diretto, piuttosto in maniera più velata. Ho sempre amato la musica impressionista e simbolista francese fin da ragazzo, inizialmente in modo istintivo, poi sempre più consapevole. Sicuramente devo molto a questi due autori, e la loro influenza, soprattutto nella mia scrittura per chitarra sola, penso sia evidente. In questo progetto, l’arrangiamento è strettamente legato alla composizione».
Noto che preferisce parlare di arrangiamenti piuttosto che di trascrizioni.
«Il mio obiettivo non è riprodurre un brano scritto per un altro strumento sulla chitarra nel modo più fedele all’originale possible, ma adattarlo alla natura idiomatica del nuovo strumento. Questo comporta una vera e propria operazione creativa: la musica rimane quella di Debussy o Ravel, ma viene inevitabilmente trasformata dal passaggio attraverso le sei corde. C’è poi un aspetto interessante: per ragioni pratiche ho scritto sia gli arrangiamenti sia i brani originali in poco più di un mese. Questo periodo di grande concentrazione ha generato un flusso creativo continuo, in cui composizione e arrangiamento si sono influenzati reciprocamente in modo molto naturale, anche a livello psicologico. Ho scelto i brani da arrangiare proprio perché mi venivano in mente mentre componevo: c’era una risonanza evidente tra il materiale degli uni e degli altri.
Gli arrangiamenti possono vivere anche autonomamente, ma acquistano un significato più profondo all’interno del progetto del CD, nel dialogo con i brani originali.
Gli arrangiamenti sono quasi tutti tratti dal repertorio di Debussy, in particolare da Children’s Corner e dai Preludi per pianoforte, mentre uno solo è di Ravel. Questa scelta non segue un ordine filologico, ma è guidata da un criterio musicale interno al CD. Non volevo trascrivere un’intera raccolta, ma selezionare quei pezzi che, per affinità, rimandano al mio linguaggio compositivo».
Da chitarrista, sente dunque l’esigenza di avvicinare il suo strumento al grande repertorio?
«Sì, anche se esistono già diversi arrangiamenti di questi brani. Tuttavia, spesso si tratta di versioni poco eseguite, oppure di arrangiamenti per due chitarre che permettono di mantenere una maggiore ricchezza armonica. Nel caso della chitarra sola, invece, è necessario operare scelte più radicali: semplificare alcune strutture, ma allo stesso tempo valorizzare le risorse idiomatiche dello strumento, come le risonanze. Questo richiede una conoscenza profonda della chitarra e apre a possibilità sonore molto interessanti. Per me, quindi, non era solo il desiderio di suonare questo repertorio, ma soprattutto la volontà di confrontarmi con questa estetica attraverso la mia sensibilità di chitarrista».
Quando influisce sulla composizione la sua attività di solista e direttore?
«Moltissimo. In questo caso specifico è più evidente l’influenza del chitarrista, perché il contatto diretto con lo strumento è fondamentale nel processo creativo di musica per chitarra sola. Per me il suono non è solo un fenomeno acustico, ma anche tattile: compongo partendo dalla chitarra, lasciando che le idee emergano dallo strumento. Successivamente interviene una fase più razionale, di organizzazione e sviluppo del materiale. Ma l’origine è sempre concreta. L’esperienza come direttore, invece, contribuisce soprattutto alla visione d’insieme e diventa ancora più rilevante quando scrivo per organici più ampi. In quel caso, non immagino solo la musica in modo astratto, ma anche nella sua realizzazione concreta, pratica. Questo può influenzare profondamente il risultato finale.
In generale, tutta la mia attività di compositore è sempre passata attraverso l’esperienza pratica: da esecutore o da direttore. L’astrazione è importante, ma deve sempre tradursi in qualcosa di concreto, a mio parere».
Quale strumento ha utilizzato per la registrazione del disco?
«Una chitarra Domingo Esteso del 1926, quindi uno strumento che quest’anno compie cent’anni. È una chitarra straordinaria, con caratteristiche molto particolari. Credo che contribuisca in modo significativo alla resa sonora del disco, sia nei brani originali sia negli arrangiamenti, e rappresenta anche un modo per proporre un suono antico che si dimostra capace di essere rilevante ancora oggi e veicolo di grande poesia».