Franco Fayenz, il signore del jazz

Un ricordo del critico Franco Fayenz, scomparso a 92 anni

Franco Fayenz
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Quando, questa mattina presto, il riaccendersi del telefono ha portato con sé la notizia della morte del critico jazz Franco Fayenz, oltre al profondo dispiacere ho subito pensato quale potesse essere il modo migliore per ricordarlo e raccontarlo.

Una vita lunga, 92 anni, costellata di iniziative, pubblicazioni, concerti, la cui lista occuperebbe più spazio di quanto si possa ragionevolmente occupare.

Un'umanità inconfondibile, preziosa, dialogante, difficile da racchiudere nelle righe, per quanto accorate, di un omaggio. In fondo, mi sono detto, il modo migliore per ricordare Franco è fare come avrebbe fatto lui, parlando di quello di cui si vuole parlare attraverso se stessi. Che non è, intendiamoci, un vezzo egocentrico, ma un modo – proveremo a parlarne nelle righe che seguono – per condividere in modo sincero una passione e una serie di emozioni che altrimenti sono davvero difficili da raccontare.

Franco Fayenz (foto di Luciano Rossetti)
Franco Fayenz (foto di Luciano Rossetti)

La prima volta che incontro Franco Fayenz di persona, è la fine degli anni Novanta, siamo entrambi sul palco di un teatro a seguire le prove dell’Italian Instabile Orchestra. Sto parlando con il batterista Tiziano Tononi della nostra amata Inter (ebbene sì, ognuno ha le sue croci…), quando, per far passare un tecnico, faccio un veloce passo indietro, urtando inavvertitamente una persona e facendola quasi cadere dal palcoscenico. Afferrata al volo, quella persona è Fayenz, a cui non so dire  scusandomi, altro che «sono a favore del ricambio generazionale nella critica jazz, ma non con questi metodi!».

Ero allora un giovane critico, nervosetto e entusiasta, malaccortamente sfrontato nel dire una cosa del genere al più influente e espero dei miei colleghi. Il quale, sistemandosi velocemente la giacca (la sua eleganza non poteva essere certo scalfita da questo urto), scoppia a ridere e mi dà una pacca sulla spalla. Così diventiamo amici.

Il secondo ricordo che ho di Franco (tenete duro, questo autobiografismo ha un senso) è a Siena, dove SienaJazz ha organizzato una due giorni di incontri, visite all’Archivio Polillo, cene, concerti. Un programma serratissimo, che metterebbe a dura prova anche i più attrezzati. Siamo appena usciti da una di queste attività e in gruppo ci dirigiamo a marce forzate verso un altro appuntamento quando, alzando gli occhi, vedo Franco – che era letteralmente con noi fino a 5 minuti prima – seduto comodamente sulla terrazzina di un locale, che sorseggia un drink, suscitando in me una nemmeno troppo velata invidia e ammirazione.

Il terzo ricordo (poi la smetto, promesso, anche se ne avrei tantissimi) è a Padova, in un ristorante nel quale siamo seduti vicini e di fronte a noi siede un giovane Craig Taborn. Franco, che era originario di Padova e che approfittava del fatto che io fossi veneziano per parlarmi in dialetto, mi tira una gomitata e dice «Betinèo, varda che roba!», facendomi notare che esattamente sopra i ricci biondi di Taborn è appeso al muro un quadro – orrendo – con delle mimose che hanno lo stesso aspetto e colore dei capelli del musicista. Scoppiamo a ridere, senza riuscire a dire esattamente a Taborn il perché della nostra ilarità, ma immergendoci in una delle modalità che Franco prediligeva, anche parlando di cose importanti (il resto della cena e la conversazione con il musicista fu serio e interessantissimo), cioè quella dell’ironia che ammorbidisce i discorsi, che li rende umani.

Vi racconto questi tre momenti, perché credo esemplifichino molto bene l’unicità di Fayenz. Della sua straordinaria carriera, dagli esordi negli anni Cinquanta come organizzatore di concerti di musica classica, alla lunga carriera di autore di libri (tra i quali Anatomia elementare del jazz o Jazz domani), alla puntuale attività giornalistica per Il Giornale, Amadeus, MusicaJazz, per non dire degli anni di collaborazione con la Rai o quelli della direzione artistica di programmi di jazz memorabili in prestigiosi teatri, potete leggere probabilmente in molti altri “coccodrilli”, ma quello che spero resti del suo ricordo è proprio l’aspetto umano, il suo saper vivere e raccontare il jazz amatissimo (Lennie Tristano e Duke Ellington tra i suoi amori più celebri) in modo non solo criticamente acuto, ma anche sempre attento a non rendere quel mondo elitario.

Colto e leggero, sempre curioso e mai prevenuto nei confronti dei nuovi linguaggi e degli artisti emergenti (ricordo qualche sua  telefonata in cui esordiva direttamente con «Betinèo, chi xé sto Vijay Iyer? Dime tutto, cossa go da ascoltarme?»), sempre aperto al dialogo e, nonostante il piacere affabulatorio, anche eccessivo, dell’autonarrazione, mai saccente, sapeva raccontare davvero – con pagine e occhi scintillanti nel fluire delle frasi – la meraviglia del jazz, quello classico o Sun Ra (che accompagnerà per i canali di Venezia in un memorabile video girato in occasione del concerto al Teatro la Fenice), il Modern Jazz Quartet o Don Cherry.

Elegante e goliardico allo stesso tempo, Franco è stato un faro per generazioni di ascoltatori, ma anche per i colleghi più giovani, che ha sempre accolto nella sua cerchia di amicizie con una naturalezza e una generosità che, vi garantisco, non è proprio scontata.

Mi mancheranno le sue battute sconvenienti, le sue analisi semplici ma inappuntabili su un concerto appena ascoltato, i suoi abbracci e i suoi racconti, il suo testimoniare quanto il jazz – forse in questo la sua lezione è stata abbastanza inascoltata – abbia bisogno di partecipazione e amore per essere trasmesso, più che di esclusività.

Mi mancherà il suo tonante «Betinéo!» nei corridoi di un teatro, che non sapevi mai se preludeva a una illuminante riflessione critica o a una barzelletta poco edificante. Buon viaggio, Franco e grazie, davvero, di tutto.

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