Faust Rapsodia tra Goethe, Schumann e Dante

Luca Micheletti racconta la nuova produzione di Ravenna Festival al debutto venerdì 1 ottobre

Faust Rapsodia (foto Luca Concas)
Faust Rapsodia (foto Luca Concas)
Articolo
classica

Una mappa dell’anima e una storia che nessuno finirà mai di raccontare: è questo, nelle parole del regista Luca Micheletti, il mito di Faust la cui ultima incarnazione, che miscela versi di Goethe e musiche di Robert Schumann, sarà in scena al Teatro Alighieri nell’ambito di Ravenna Festival.

Venerdì 1 ottobre debutta infatti Faust rapsodia (repliche 2 e 3 ottobre), seconda tappa del trittico di prime – dopo Dante Metànoia di e con Sergei Polunin e in attesa di Paradiso XXXIII di e con Elio Germano e Teho Teardo, dall’11 al 13 ottobre – che sta disegnando la Trilogia d’Autunno dedicata a Dante della XXXII edizione di Ravenna Festival, declinata tra i linguaggi della danza, della musica e della parola.

Il viaggio di Faust e del suo diabolico compagno è affidato alla regia di Micheletti e alla direzione musicale di Antonio Greco, sul podio dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini e del Coro Cherubini. Si dividono i panni di Faust il baritono Vito Priante e l’attore Edoardo Siravo, a Margherita darà corpo e voce il soprano Elisa Balbo, mentre il il basso Riccardo Zanellato e l’attore Roberto Latini sono invece il doppio volto di Mefistofele.

Abbiamo posto qualche domanda in merito a questa originale lettura del mito di Faust allo stesso Luca Micheletti, baritono, regista e attore qui impegnato nella declinazione drammaturgica di questa nuova produzione.

Luca Micheletti (foto Zani-Casadio)
Luca Micheletti (foto Zani-Casadio)

Com’è nato il progetto di Faust rapsodia?

«È nato come risposta alla ricerca di un titolo che racchiudesse in sé lo spirito della Trilogia d’Autunno ideata da Cristina Mazzavillani Muti; un’anima trina per un titolo unico. In questo progetto, la nostra rapsodia faustiana comprende musica, parola cantata e parola recitata. Assecondando il monito di Goethe che, proprio nel “Prologo in teatro” del Faust, invita a rappresentarlo letteralmente facendolo a pezzi, sminuzzandolo e ricucinandolo come un “ragù” (è parola sua), abbiamo ricostruito un nostro personalissimo Faust, rispettoso delle fonti ma al contempo in tutto peculiare. L’incompiuto oratorio di Schumann, proposto anch’esso in una ponderata scelta di frammenti, viene per la prima volta concepito come musica “di scena”».

La lettura rappresentativa qui proposta miscela i versi di Goethe e le musiche di Schumann: quali sono secondo lei i punti di contatto e le principali differenze di queste due personalità?

«Sia per Goethe sia per Schumann Faust è stata l’ossessione di una vita. Ovviamente, il musicista deve al poeta l’ispirazione originale, ma seppe farla sua in un modo così drammatico e partecipato che davvero, nelle mani di Schumann, l’opera avrebbe potuto trovare il compositore ideale. Dico “avrebbe potuto” perché il lavoro, dalla complessissima gestazione, rimase incompiuto e le Scene dal Faust non possono guardarsi come una selezione meditata sulla base di un progetto drammaturgico. Sono frammenti di un tutto impossibile, scollegati tra loro, diversi anche per ispirazione. Goethe chiese di tagliare e riassemblare la sua opera perché era andata troppo in là per trovare la via della rappresentazione. Schumann invece si fermò troppo presto per consentire una rappresentazione ordinata di ciò che era arrivato a comporre. Sembra che Faust e il teatro si chiamino a vicenda senza potersi trovare in maniera esaustiva. Eppure solo al teatro Goethe stesso affida il potere di dare anima al suo poema, solo in palcoscenico sarà possibile evocare macro e microcosmo “dal Ciel sino all’inferno”. Ricondurre Faust in teatro è dunque riportarlo a casa; forzare le opere “irrappresentabili” di Goethe e Schumann ad a essere rappresentate è forse l’unico modo di soddisfarne l’utopistica e sublime vocazione».

Come si è articolato il lavoro di sintesi tra la sua visione drammaturgica e la direzione musicale di Antonio Greco?

«Ho selezionato le scene da recitare dal poema senza la pretesa di una ricostruzione narrativa esaustiva. Come quelli musicali, anche quelli teatrali saranno dei medaglioni legati tra loro da associazioni più oniriche che romanzesche; verrà deluso chi cerca la trama del Faust. Essa è data per assunta; come in ogni mito, si deve sapere prima di che si tratta; e sulla scena se ne offrono variazioni e trasfigurazioni. Non un racconto ordinato, dunque, ma l’ellittico e allusivo rincorrersi di immagini e parole, di temi e creature che popolano l’universo mentale del protagonista, sdoppiato - come il suo diabolico rivale - in due interpreti, un attore e un cantante».

«Nel sogno (e nel teatro…) tutto è possibile, anche vedersi moltiplicati in più identità, specchiarsi in una rappresentazione di cui si sia al contempo interpreti e spettatori…»

«Nel sogno (e nel teatro…) tutto è possibile, anche vedersi moltiplicati in più identità, specchiarsi in una rappresentazione di cui si sia al contempo interpreti e spettatori. Di concerto con Antonio Greco abbiamo deciso di non rispettare del tutto l’ordine cronologico delle scene, nemmeno di quelle musicali (lo stesso Schumann le compose senza rispettarne la successione originaria). Ho già detto che le musiche non hanno qui valore illustrativo, ma analogico. Non abbiamo voluto ricostruire un Faust mezzo cantato e mezzo recitato. Piuttosto, ci interessava utilizzare la musica come dispositivo di esplorazione e selezione del magmatico e ipertrofico materiale drammatico goethiano. Il risultato è un caleidoscopio di apparizioni che, nella apparente pindaricità, ripropone il viaggio di un’anima dalla terra all’inferno e poi al cielo: un Faust in tutto dantesco, in questo, in cui i due fatali compagni protagonisti viaggiano fianco a fianco alla scoperta dell’uomo, delle sue speranze e dei suoi limiti».

Secondo la sua visione, qual è l'elemento principale del fascino esercitato dalla figura di Faust? E come si ritrova in questo spettacolo?

«Faust è il mito più rilevante della modernità: l’uomo che vuole superarsi a tutti i costi, fino ad andare oltre le sue forze umane, oltre il lecito, al di là del bene e del male. Non si contano i rifacimenti, i riferimenti, le citazioni, le riscritture di questa vicenda. Il tema ci tocca da vicino ogni volta che, come nel periodo che viviamo, dobbiamo confrontarci coi temi scottanti del rapporto tra scienza e società, fede e individualismo, autoconservazione ed etica. In questo spettacolo Faust ritrova la sua dimensione di fiaba universale: non è più solo il poema romantico di un sapiente sedotto dalle scienze occulte, dannato e poi salvato dall’amore, bensì un nostro contemporaneo alle prese coi suoi spettri, i suoi bisogni e le sue miserie. Poco cambia se, in scena, assumano la forma di draghi e burattini, d’attori e maschere. Il teatro è da sempre e per sempre una metafora del mondo. I suoi fantocci altro non sono che le nostre paure e i nostri sogni, oggi come ieri».

Faust Rapsodia (foto Zani-Casadio)
Faust Rapsodia (foto Zani-Casadio)

Le tre serate di Faust rapsodia si aprono nella Basilica di S. Francesco, alle 19.30, con Quanto in femmina foco d’amor, breve azione scenica sulle figure femminili della Commedia, accessibile con lo stesso biglietto di Faust rapsodia e precedente l’appuntamento delle 21 a Teatro, dove la platea accoglie l’orchestra per garantirne il distanziamento e il pubblico occupa palchi, galleria e loggione. Tutte le informazioni sul sito www.ravennafestival.org.

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