Fare il critico musicale oggi

Riflessioni sulla professione di critico oggi, a partire dal bel manuale Ascoltare/Scrivere. Manuale (improprio e antologico) di critica musicale di Vincenzo Martorella

Ascoltare/Scrivere. Manuale (improprio e antologico) di critica musicale - vincenzo Martorella
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Poteva essere solo Vincenzo Martorella (o se non lui, pochi altri) a prendersi la briga di allestire un manuale (per quanto improprio come si affanna a chiarire sin dal sottotitolo, ben sapendo che nessuno gli crederà) di critica musicale quando ormai ci si approssima rapidamente al terzo decennio del nuovo millennio.

Da sempre infatti Martorella ha portato avanti congiuntamente l’attività di storico della musica, di saggista, di critico (appunto), ma anche di docente, costantemente attento alla formazione e a fornire un po’ di metodo e di qualità in un settore dove – prevalentemente e dato il carattere quasi volontaristico dell’attività recensoria di molti – metodo e qualità sono sempre stati merce rara e difficile da pretendere.

Eccolo dunque: si chiama Ascoltare/Scrivere. Manuale (improprio e antologico) di critica musicale (OttOtipi, 286pp. 20€) e già nel binomio del titolo c’è un po’ il succo, lapalissiano ma non troppo, della questione: per essere un buon critico musicale si deve saper ascoltare bene e scrivere bene. L’autore ci guida con amore attraverso i principali temi che si aprono quando si mette davvero mano alla questione, partendo (grazie al cielo!) dalla necessaria smentita della famosa frase attribuita a Zappa e mille altri secondo cui “scrivere di musica” sarebbe come “danzare di architettura”.

Vincenzo Martorella- Ascoltare/Scrivere. Manuale (improprio e antologico) di critica musicale

Scrivere di musica non solo si può, ma è anche attività che ha la possibilità di arricchire l’esperienza del lettore/ascoltatore: Martorella lo sa bene e argomenta appoggiandosi anche alle teorizzazioni di autori quali Lawrence Kramer o Nicholas Cook. Nel lungo capitolo introduttivo, molti temi vengono messi sul fuoco, non tralasciando ovviamente di raccontare ciò che è sotto gli occhi di tutti, cioè di come le mutate condizioni della produzione e della fruizione, della musica così come della pubblicistica, abbiano di fatto cambiato radicalmente le stesse condizioni di esistenza di una critica musicale che abbia un suo senso riconosciuto, stritolata com’è dall’irrilevanza attribuitale dai media generalisti e dalla metastasi di opinioni che caratterizza la vita sul web.

Torneremo su questo. Ma giusto procedere a raccontare rapidamente i pregi del libro, che in scorrevoli capitoli dedicati alle varie attività (ascoltare, scrivere, recensire, intervistare) fornisce una encomiabile quantità di idee, informazioni, stimoli, suggerimenti, esercizi, sempre bilanciati da una visione chiara e orientata all’arricchimento del lettore.

La seconda parte del libro è una corposa antologia di scritti di Martorella, da intendersi non tanto (o non solo, qualora non vogliate concedere un po’ di indulgenza all’autore) come esibizione delle proprie eccellenze scrittorie, ma come utilissima – e spesso godibilissima – collezione di possibilità dello scrivere di musica.

Un manuale da leccarsi i baffi, se solo fosse uscito una trentina (anche ventina, anche quindicina, valà) di anni fa: avrebbe fornito forse gli strumenti migliori per crescere nuove generazioni di critici competenti e in grado magari di stimolare e aiutare la saldatura di quella frattura storica tra il discorso sulla musica classica (per intenderci) e quello sulle musiche popular

Il fatto che in ambito accademico si sia – con fatiche erculee – riusciti a dare spazio e dignità anche agli studi sulle musiche popular ha infatti solo in modo marginale consentito che la critica affinasse le armi e soprattutto le bilanciasse, nel tentativo di ridurre il classico divario tra affabulatori che scrivono benissimo (ti farebbero innamorare seduta stante di Dylan, di Xenakis o di Rita Pavone con le loro parole, peccato che della sostanza musicale non dicano molto) e analisti ipertecnici dallo scarso appeal per un pubblico di non iniziati.

In mezzo tra questi due opporti, proprio laddove il manuale avrebbe potuto coltivare germogli promettenti, continua a esserci in realtà un pulviscolo di opinioni, saperi, favori per accattarsi un disco o un accredito, fissazioni personali, momenti brillanti e tanta noia, il tutto per un pubblico di lettori che è andato progressivamente sparendo insieme ai supporti che questi lettori seguivano (e, più prosaicamente, insieme alla possibilità di ascoltare in prima persona tutta la musica che si vuole, senza che serva la mediazione di qualcuno a dirci se vale la pena che spendiamo i soldi o meno, che tanto non li spendiamo più). 

Ecco, il manuale è perfetto nell’insegnare come non entrare in questo pulviscolo, ma ho il timore che sia arrivato fuori tempo massimo, quando davvero il ruolo della critica – e della fruizione stessa della musica e del discorso intorno a essa – è mutato in modo irreversibile.

Sia chiaro, trovo che le considerazioni che Martorella fa su questo tema siano equilibrate e anche condivisibili. Ed è giusto che, nel paragrafo in cui evoca il «critico ben temperato»  di G.B. Shaw, ribadisca (cito) «la centralità e l’insostituibilità della figura del critico». Io sono con lui e sono convinto che la “creatività” del critico, come la chiama felicemente, sia qualcosa che sopravvive e si rigenererà attraverso altri linguaggi e altre forme. Non continuerei a fare questo lavoro (ormai da 20 anni) se non ne fossi più che intimamente convinto. 

Il punto è che credo che la evoluzione/rivoluzione cui la categoria (e il sistema tutto) è sottoposta, sarà ancora più radicale di quanto riusciamo a scorgere ora. Nulla di apocalittico o di visionario: anche per me la qualità e l’uso creativo di nuove forme è uno stimolo, ma credo che il critico – non solo quello musicale, eh – sia pronto, forse destinato a trasformarsi in una figura differente, connotata da una curatorialità e innovatività linguistica più prossima all’esercizio stesso dell’arte di cui si occupa, più orientata a fornire al sistema una serie di punti di osservazione che al musicista e all’ascoltatore inevitabilmente mancano e che possono attivare una condivisione differente della pratica e della creazione, una nuova comunità.  

Comunque sia, quale sarà lo scenario in cui ci troveremo, un libro eccellente, il manuale di cui ci sarebbe sempre stato bisogno.

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