Buon compleanno Mina!

10 canzoni per gli 80 anni Mina, la più grande voce della canzone italiana

Mina - compleanno
Mina sulla copertina de "I discorsi", 1969
Articolo
pop

Oggi, 25 marzo 2020, Mina compie 80 anni. È un compleanno importante: se una delle caratteristiche intrinseche della musica pop sta nella sua capacità di generare discorsi e polarizzare giudizi, sono pochi (almeno in Italia) i musicisti in grado di provocare un tale livello di consenso. Mina è – e sarà per sempre – la risposta alla domanda «Qual è la più grande voce della canzone italiana?». E pensate a quanto raro sia un tale accordo, soprattutto su un personaggio vivente. 

Mina contiene moltitudini. In 80 anni, di cui 61 sulle scene, è stata molte cose: diva giovane del rock’n’roll, profetessa della canzone sofisticata, opinionista, conduttrice televisiva, modello di femminismo, icona queer, attrice, imprenditrice, personaggio di Topolino, testimonial, cartone animato, voce di fastidiose pubblicità di telefonia… Impossibile, dunque, racchiuderla in un solo articolo. 

Dunque, senza pretese di esaustività e nel segno della parzialità più totale, ecco 10 canzoni per ripercorrere la carriera di Mina, dal 1959 al 2019. Alcune famose, altre famosissime, altre minori, tutte accomunate unicamente dal piacere a me che scrivo.

Buon ascolto, e buon compleanno Mina.

 

1. “Nessuno”, 1959

OK, la scelta è scontata. Ma poche cose come questo video – l’inizio del primo musicarello girato da Mina, Urlatori alla sbarra – raccontano quello che succede nella musica italiana tra la fine dei cinquanta e i primi sessanta: l’americanismo, i nuovi modelli di bellezza e i nuovi corpi dei divi, il ballo, il rapporto tra sessi (arrivate fino alla fine…). Mina è il sole di tutto questo, tutto quello che si vede qui ruota intorno a lei e al suo carisma, come se quel corpo (celeste) attraesse nella sua orbita tutto il resto. Nella micro-galassia di questo video fluttuano – tra gli altri – Adriano Celentano, Umberto Bindi e Gianni Meccia che si fanno i dispetti, un poster di Nilla Pizzi attaccato in bagno e un Chet Baker nella vasca, in presumibile stato di alterazione. Non basterebbe un libro per raccontare quanto che succede in questi due minuti e mezzo. 

«Nessuno ti giuro nessuno
nemmeno il destino
ci può separare».

2. “Folle banderuola”, 1959

Tra i molti grandi autori cantati da Mina c’è anche Gianni Meccia, il primo cantautore, in quel momento firma di punta della nuova canzone più brillante. Mina – siamo nel periodo “Tintarella di luna” – canta la sua “Folle banderuola”, bel pezzo leggero e (a suo modo) innovativo. Ah, e nel video qui sotto entra in scena su un trattore, in una specie di andiamo a comandare ante litteram.

«Non temere se il cielo si oscura
è una nuvola passeggera».

3. “Come sinfonia”, 1961

Mina si è affermata come urlatrice, diva giovane del rock and roll italiano, e ora del 1960 sta già cambiando strada reinventandosi come cantante sofisticata. Tra i brani che guidano la transizione c’è ovviamente “Il cielo in una stanza” di Paoli, che incide proprio nel primo anno del decennio. E c’è anche il brano di un giovane cantante e compositore veneziano, Pino Donaggio. “Come sinfonia”, il titolo promette, ha atmosfere classicheggianti e cinematografiche che già preludono alla seconda carriera di Donaggio come compositore di Hollywood, perfette per questa Mina di transizione. Che nella circostanza mostra il controllo totale della voce anche senza voler essere per forza “Brava”.

«Ascolto e ti vedo ancora più vicina
la musica che sento è come sinfonia».

4. “E se domani”, 1964

La storia è abbastanza nota: il brano – scritto da Carlo Alberti Rossi (musica) e Giorgio Calabrese (parole) – fallisce a Sanremo, cantato da Fausto Cigliano e Gene Pitney (è l’anno di “Non ho l’età”, e tra i brani perdenti di “Una lacrima sul viso”). Ma la versione di Mina è un’altra cosa. Calabrese veniva dall’esperienza con Umberto Bindi, e qui lo stile non è lontano da quello dei primi cantautori italiani, con quell’attenzione a testi che sembrano prosa più che poesia, a pesare ogni parola, a raccontare storie (anche d’amore) da prospettive eccentriche. E che colpo di genio è inserire un “e sottolineo se” in una canzone? E che personalità devi avere per cantarlo senza sembrare ridicola?

«E se domani
e sottolineo se».

5. “Ta ra ta ta (Fumo blu)”, 1966

Sì, c’è stata un’epoca in cui si poteva fare una canzone dedicata al fumo e alla virilità dell’uomo che fuma: è “Ta ra ta ta”, la cover italiana di “Try your Luck”. Come spesso accade con le cover di questo periodo, il testo italiano non ha molto a che vedere con l’originale… ma questa volta c’è da dire che altrettanto pochi contatti ha la musica. Confrontate ad esempio lo sciapo arrangiamento della versione di Bernadette Carroll con le invenzioni di Augusto Martelli, tra incastri di voci maschili, strappi di fiati, cambi di timbro e armonia… e fate a caso a quello che ci aggiunge Mina nel lancio del ritornello (“E io t'amerò”). “Ta ra ta ta” esce come lato b, ma si fa ricordare per una strepitosa interpretazione a Studio uno nel 1966, e per essere il tema di un fortunato Carosello Barilla.

«Con me, tu puoi
fumare la tua pipa quando vuoi
perché mi piaci molto di più
e sei così romantico».

6. “I discorsi”, 1969

Lato b di “Trenodia”, il primo singolo pubblicato dalla PDU (l’etichetta discografica fondata da Mina), “I discorsi” è un altro delizioso saggio dell’arte di Augusto Martelli, qui in veste di autore e arrangiatore. Il testo è (caso rarissimo) firmato da Mina stessa, anche se (pare) ci sia la mano di Giorgio Calabrese. Chiunque l’abbia scritto, contiene una delle dichiarazioni d’amore più belle della canzone italiana. 

«Non importa se non sei
se non sei, il premio Nobel di quest'anno e non farai
non farai niente d'immortale, niente di geniale
non ti preoccupare».

7. “Ossessione 70”, 1972

Geniale brano-divertissement di Fausto Cigliano dedicato alla nazionale di Italia-Germania 4-3. Se servisse la dimostrazione che Mina può cantare qualunque cosa, compresa la formazione dell’Italia… Beh, qui lo fa.

«Albertosi, Albertosi
Burgnich e Facchetti 
con Bertini, Rosato e Cera
c’era un gol!».

8. “Città vuota”, 1978

Nel 1978 il brano (cover di “It's a Lonely Town” di Gene McDaniels) ha ormai 15 anni quando Mina lo ripropone in versione disco, in linea con il gusto del momento. In effetti, tra le cose che Mina ha fatto con costanza lungo la maggior parte della sua carriera c’è anche l’inseguire le mode dell’epoca. Spesso a ogni costo, come nella consapevolezza tanto della sua grandezza quanto della sua vocazione di intrattenitrice, dell’essere in primis una cantante pop. A posteriori, qualche cantonata l’ha presa, specie negli anni Ottanta – è umana pure Mina, d’altra parte. Non è qui il caso, dove la sua performance (dal vivo all’ultimo concerto ufficiale, il 23 agosto 1978 a Viareggio), apre uno Stargate tra la Bussola e lo Studio 54. Nello stesso album canta anche “Stayin’ alive” e “El Porompompero”, e sono ugualmente irresistibili.

«Io vedo intorno a me chi passa e va
ma so che la città vuota mi sembrerà
se non torni tu».

9. “Capisco”, 1980

Arrivato alla fine, rimangono fuori gli ultimi quarant’anni di carriera e decine e decine di dischi – e non è poco. D’altra parte, questa è una lista del tutto soggettiva, e mai si è preteso fosse altro. Per rappresentare la seconda parte della storia di Mina, la meno nota, ho scelto un brano da Kyrie, uno dei primi firmato (sia come autore che come arrangiatore) da Massimiliano Pani, all’epoca diciassettenne: è lui il ragazzo in tenuta da hockey sulla copertina. I sei minuti di “Capisco” tengono insieme gli anni Settanta del prog con gli incipienti anni Ottanta, le ritmiche disco e le chitarre acustiche. C’è qualcosa di Battiato (che in effetti è nel pieno della sua trilogia pop in quel momento) e il pezzo funziona alla grande ancora oggi, eccome. «Non sono una madre scema. Se dico che Massimiliano scrive delle belle canzoni, potete crederci» dichiarava Mina nella circostanza a TV Sorrisi e canzoni. Mica aveva torto, a posteriori.

«Capisco un fagiano baciarmi la bocca,
capisco un vitello perdere la madre
capisco un gabbiano leccare vernice
capisco un orologio ammazzare la vita».

10. “La guerra fredda”, 2019

Non si può che chiudere qui, con l’ultimo lavoro di Mina con Fossati: si può ascoltare “La guerra fredda”, uno dei pezzi meglio riusciti. Tra le critiche che si possono fare all’esperimento di Mina/Fossati la prima è il sound patinato, glossy, che lo fa suonare un po’ fuori tempo massimo. Se i due avessero fatto un disco insieme – tipo – vent’anni fa, che spettacolo sarebbe stato? E quanto sono belle le versioni di Mina delle vecchie canzoni di Fossati? In ogni caso, avercene di dischi di questo livello. E se chiudete gli occhi, potreste credere che quella voce ha 80 anni? Ma non serve neanche chiuderli: Mina non la vediamo da anni, e per noi sarà sempre quella mitica, in bianco e nero, icona di decenni che non abbiamo vissuto. L’immortalità è un privilegio che pochi divi hanno avuto, in vita.

«La guerra fredda è fuori moda
finita dimenticata
perfino le parole non esistono più».

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