Una "Fanciulla" tutta da crescere

Non convince la performance al Pucciniano

RN

31 agosto 2026 • 3 minuti di lettura

La fanciulla del West, atto primo - Foto di Giorgio Andreuccetti
La fanciulla del West, atto primo - Foto di Giorgio Andreuccetti

Gran Teatro all'Aperto di Torre del Lago

La fanciulla del West

29/08/2026 - 29/08/2026

Preceduta da un ricordo e una dedica musicale (Crisantemi) ad Antonino Fogliani prematuramente scomparso, sabato 29 agosto nell’arena torrelaghese debutta un nuovo allestimento de La fanciulla del West: titolo molto atteso perché poco rappresentato; la serata vanta come spettatore Plácido Domingo.

Dal punto di vista organizzativo, la scelta del titolo si rivela vincente poiché – contrariamente a esperienze analoghe passate – il teatro registra una notevole affluenza di pubblico plaudente, nonostante l’assenza di Daniel Oren impossibilitato a dirigere per sopraggiunti problemi di natura ortopedica, sostituito con la risorsa locale Valerio Galli; un’altra sostituzione riguarda il tenore: al posto del previsto Yusif Eyvazov, è Roberto Aronica nelle vesti di Johnson.

Anna Pirozzi è Minnie. Indiscutibile la perizia vocale di Pirozzi; però, il soprano emerge più nei momenti di ‘forza’ (atto secondo, Partita a poker), che in quelli di tenerezza (atto primo «Laggiù nel Soledad», «Io non son che una povera fanciulla» e terzo «Si può ciò che si vuole!»). In questi frangenti, la sensibilità interiore e un po’ nascosta del personaggio, poco e nulla è trasmessa all’ascoltatore perché si avverte un asettico distacco tra l’interprete e il personaggio stesso. Comunque, la cantante porta a compimento il proprio ruolo con comprovata professionalità. Stessa professionalità per Roberto Aronica (Johnson). Dopo un inizio incerto (atto primo), il tenore migliora in temperamento ed emissione nel prosieguo dell’opera, concludendola con un risultato dignitoso. Claudio Sgura (Rance), per certi aspetti e in certi frangenti, costituisce un parallelismo con la collega Pirozzi: deciso e convincente nelle battute e frasi richiedenti decisione e grinta (Partita a poker e atto terzo); meno nei momenti di sinuosa seduzione verso Minnie («Minnie, dalla mia casa son partito»). Pure Sgura, seppur con una certa discontinuità, giunge al termine con riconosciuta esperienza, anche se una mitigazione nei movimenti scenici, un po’ sopra le righe specie nel secondo e terzo atto, gli renderebbe maggiore eleganza; soprattutto nella partita a poker: un giocatore professionista quale Rance, mantiene sempre il proprio aplomb, senza gesticolare eccessivamente.

Tra i comprimari – nei rispettivi interventi - si distinguono Paolo Antognetti (Nick), Sergio Vitale (Sonora), Nicola Pamio (Harry) e Cristiano Olivieri (Joe); di onesto decoro gli altri: Volodymyr Morozov (Ashby), Andrea Galli (Trin), Paolo Ingrasciotta (Sid), David Cosa Garcia (Bello), Matteo Mollica (Happy), Hayk Tigranyan (Larkens), Adriano Gramigni (Billy), Alessandra Della Croce (Wowkle), Min Kim (Jake Wallace), Diego Maffezzoni (José Castro) e Murat Can Güven (Un postiglione).

Non all’altezza della complessa partitura, la lettura di Valerio Galli: una conduzione discontinua, dove si alternano tempi eccessivamente lenti (atto primo, «Che faranno i vecchi miei» e terzo), al più concitato ritmo imposto nell’atto secondo. Tale discontinuità sembra essere figlia dell’assenza di una meticolosa concertazione, finalizzata alla fusione di timbriche e colori orchestrali per ottenere un equilibrio agogico e dinamico con una logica di un adeguato fluire del fraseggio complessivo. Inoltre, soventi gli scollamenti tra buca e palco, oltre slittamenti di sincronia tra le sezioni dell’Orchestra del Festival Puccini; stessi slittamenti si avvertono nel coro omonimo, istruito da Marco Faelli.

Angelo Bertini, autore di regia e scene, intende lo spazio scenico come una «frontiera dello spirito», vedendo La Polka come una chiesa sconsacrata dove convivono i concetti religiosi di confessione, espiazione e perdono. Bertini inserisce tali concetti in una visione tradizionale, attenendosi al libretto soprattutto per il secondo atto. Gli altri elementi della natura circostante (alberi, neve) fungono da fondali come se l’ambiente californiano fosse deuteragonista oltre che il luogo adatto per un’ipotetica catarsi collettiva.

Tradizionali e adeguati all’idea registica i Costumi di Bianca Bertini e il disegno luci a cura di Valerio Alfieri.

Nonostante i pieni consensi elargiti dalla platea – ricordando ci troviamo in un festival internazionale dedicato a Puccini – si ha l’impressione che il titolo sia stato affrontato con sufficienza, dimenticando la complessità della partitura.