Un intenso Stiffelio a Modena

Successo per il nuovo allestimento di Pier Luigi Pizzi con Gregory Kunde e Lidia Fridman

GD

12 gennaio 2026 • 4 minuti di lettura

Stiffelio (Foto Rolando Paolo Guerzoni)
Stiffelio (Foto Rolando Paolo Guerzoni)

Teatro Comunale Pavarotti-Freni, Modena

Stiffelio

09/01/2026 - 11/01/2026

Dopo il primo passaggio a Piacenza, dove ha aperto la stagione lirica, il nuovo allestimento del poco frequentato Stiffelio di Giuseppe Verdi, coprodotto insieme al Teatro Comunale di Modena e ai Teatri di Reggio Emilia, è giunto con successo anche nella città della Ghirlandina. La regia, affidata all’esperto Pier Luigi Pizzi (che ha curato anche i costumi e la scenografia), è riuscita brillantemente nell’intento di riflettere il clima di severa austerità che caratterizza l’ambientazione protestante dell’opera. Perseguendo la via della pura bellezza scenica, un esteta totale come Pizzi ha optato per una mise en scène rispettosa del libretto di Francesco Maria Piave, ma non priva di guizzi emotivi e drammaturgici, a dimostrazione che spesso sono sufficienti pochi e semplici dettagli per creare uno spettacolo in grado di instaurarsi solidamente nella memoria degli spettatori. Basti pensare alla scelta di sviluppare l’intero racconto visivo sui toni contrapposti del bianco e del nero che, insieme alle luci compiutamente tragiche di Massimo Gasparon e alle proiezioni magniloquenti e realistiche di Matteo Letizi, hanno acutamente trasposto la dialettica tra colpa e perdono che costituisce l’impianto tematico di tutto il melodramma. La storia dell’adulterio infine perdonato diventa un’indagine visivamente simmetrica ed elegantissima all’interno della “postura” morale della società protestante tedesca all’inizio dell’Ottocento; e il termine “postura” non è stato impiegato a caso: a risultare brillante è stata l’intuizione del regista di mostrare Lina perennemente in ginocchio, stesa o prostrata, come se il suo corpo non potesse sopportare inconsciamente e quindi fisicamente il peso della colpa. E anche quando nel finale – esteticamente sontuoso, con la luce abbagliante che si irradia dal fondo della scena provocando nel pubblico uno stupore commosso –, una volta conquistata la grazia del marito, sembra possa finalmente rialzarsi, eccola cedere nuovamente e cadere in ginocchio ai piedi dell’altare; stavolta, non più schiacciata dal senso di colpa, ma dal macigno di un perdono che forse crede di non meritare.

Sul fronte musicale, si è ammirata una compagnia vocale capace e ben assortita, con alcuni interpreti davvero di alto livello. L’ormai infinito e instancabile Gregory Kunde ha aggiunto al suo ampio repertorio verdiano anche il ruolo del pastore protestante Stiffelio e, sebbene l’età (tra poche settimane compirà 72 anni) abbia un po’ appesantito la presenza scenica e infettato la linea vocale con alcune asperità soprattutto nel passaggio tra i registri, il timbro chiarissimo, la precisione del fraseggio, la dizione scolpita e la generosità sonora nella proiezione degli acuti restano una meraviglia da ascoltare. Tenore d’altri tempi, Kunde si riconferma nuovamente una voce irresistibile per l’estrema intensità con cui lo strumento plasma i ruoli che incarna. Accanto a lui, un’artista di prim’ordine e una cantante completa come Lidia Fridman nelle vesti dismesse e quasi luttuose di Lina, caratterizzata con una sofferenza mai eccessiva e sempre credibile. Il soprano russo incanta con la sua voce rotonda e morbida, contraddistinta da un timbro di ammaliante colore scuro, il quale conferisce al registro grave una particolare solidità. Sempre intonatissima sia nel registro centrale, dalla linea vocale fluidamente fraseggiata, sia in quello acuto, ricco di interessanti e spesso commoventi variazioni dinamiche (si veda l’esecuzione lucida ma appassionata dell’aria che apre il secondo atto), la cantante ha padroneggiato ottimamente anche l’emissione dei suoni, gestendo il fiato alla perfezione in modo da svettare acusticamente sull’orchestra e per scandire ogni condizione psicologica del suo personaggio. A chiudere il trio dei protagonisti è stata la robusta voce baritonale di Vladimir Stoyanov nel ruolo di Stankar, affrontato con autorevolezza e veemenza drammatica; peccato solo per alcuni eccessi nel vibrato come nell’aria in apertura del terzo atto, comunque generalmente ben eseguita e infatti abbondantemente applaudita. Completavano il cast Carlo Raffaelli (Raffaele), dalla voce gentile e ben educata, Adriano Gramigni (Jorg), dallo strumento saldo e sostanzioso, e i professionali e più che sufficienti Paolo Nevi (Federico), Carlotta Vichi (Dorotea) e Giacomo Decol (Fritz). Infine, il Coro del Teatro Municipale di Piacenza, preparato da Corrado Casati, si è dimostrato omogeneo e compatto in tutti gli interventi che l’hanno coinvolto. 

Sul podio il bravissimo Leonardo Sini, che ha proposto una conduzione attenta sia agli elementi musicali, sia a quelli scenici: il rapporto tra la buca e il palcoscenico è risultato sempre raffinatamente bilanciato, mentre la partitura verdiana è stata scandagliata con un felice equilibrio tra l’emersione della sua musicalità e le violente nervature ritmiche e dinamiche che la qualificano drammaticamente. L’Orchestra dell’Emilia-Romagna Arturo Toscanini ha seguito con facilità le indicazioni del direttore, elargendo un impasto sonoro riccamente stratificato, in cui è spiccata la sezione degli ottoni. 

Al termine della recita domenicale, il pubblico numerosissimo ha tributato convinti ed entusiastici applausi a tutti gli artisti coinvolti, con ovazioni per Kunde, Fridman e Pizzi.