Un barbiere da pazzi

Folle e divertentissima regia di Paolo Rossi per il capolavoro comico di Rossini al Teatro Lirico Sperimentale “Adriano Belli” di Spoleto

Il Barbiere di Siviglia
Il Barbiere di Siviglia
Recensione
classica
Spoleto, Teatro Nuovo
Il Barbiere di Siviglia
17 Settembre 2019 - 28 Settembre 2019

Le sortite in campo operistico di Paolo Rossi sono rare e non deve essere un caso che avvengano quasi tutte al Teatro Lirico Sperimentale di Spoleto: dopo un felice debutto nel 2010 con Il Matrimonio segreto  ed un ritorno fenomenale nel 2014 con la stravagante accoppiata Gianni Schicchi - Alfred, Alfred, vi è tornato ora con l’opera comica per antonomasia, Il Barbiere di Siviglia. In quest’opera è forte la dicotomia tra la perfezione della musica e la comicità sfrenata e sopra le righe, che ha causato più di un imbarazzo ai musicologi, ma non al pubblico e alla maggior parte degli interpreti che vedono nel Barbiere  una fenomenale occasione di divertimento, da non lasciarsi assolutamente sfuggire, perché è merce rara tra gli ori, gli stucchi e i velluti dei teatri d’opera. Come dar loro torto? È proprio questo il motivo per cui il Barbiere  è un capolavoro senza pari, non un’opera “ammodino”.

Con il sapiente istinto di un moderno erede - tramite Dario Fo - della commedia dell’arte, Paolo Rossi non ha esitato un istante a tuffarsi nella “follia organizzata e completa” (Stendhal dixit) di questo Rossini. E quando si dice follia si intende proprio follia, forse organizzata, ma sicuramente completa. Almeno questo è quel che si vede in scena. In un breve prologo, Paolo Rossi stesso viene al proscenio per dirci che il teatro vive un momento (un momento che dura da anni, decenni, secoli) di precarietà e che quindi ha immaginato che il palcoscenico del Teatro Nuovo, ormai dismesso, sia occupato da teatranti che vivono come profughi in misere baracche, tra cartelli che recano scritte come “spettacolo annullato” e “struttura sotto sequestro”. 

Questa scenografia (di Andrea Stanisci) è la cornice. Il contenuto è una serie di idee del regista esilaranti e bizzarre ma non totalmente gratuite, perché hanno (quasi) sempre un loro particolare aggancio al testo e/o alla musica. Don Bartolo canta il rapido declamato di “A un dottor della mia sorte” con movenze da rapper. Don Basilio è trasformato in Don Matteo (siamo o non siamo a Spoleto?) e arriva in bicicletta, truccato in modo da renderlo il più somigliante possibile a Terence Hill. Nel finale primo, quando Figaro canta “Sembra una statua” riferendosi a Bartolo, questi prende le pose di celeberrime statue, quella della Libertà e il Discobolo di Mirone. Forse non sono idee geniali, ma ottengono immancabilmente il loro effetto grazie alla perfetta conoscenza da parte del regista dei meccanismi del teatro comico e alla misura e perfino alla grazia con cui sono realizzate. L’idea più grandiosamente folle è il travestimento di Lindoro quando si presenta a casa di Bartolo per la lezione: qual è il travestimento più incredibile, deve essersi chiesto Rossi? Quello di Conchita Wurst! Quindi boccoli biondi e guêpière ma folta barba nera. E questo è solo il punto di partenza, dovreste vedere quello che Lindoro-Conchita combina in scena. 

Il rischio è che così l’opera si frantumi in una serie di sketch, che i personaggi si trasformino in macchiette, che la musica sia soverchiata da quel che avviene in scena, ma la comicità è assicurata. Il pubblico ride a crepapelle e mostra di apprezzare molto. Si può ben immaginare che i ragazzi delle scuole, cui erano riservate le prime tre recite, fossero entusiasti.

Passando alla musica, Salvatore Percacciolo non si è lasciato frastornare e ha mantenuto la bussola, con i tempi giusti, un buon controllo del palcoscenico (non deve essere stato facile, con tutto quel che i cantanti erano impegnati a fare) e un suono trasparente e pulito dell’orchestra. Susanna Wolff ha dato vita ad una Rosina volitiva ed energica (non esitava a brandire un frustino sadomaso) con buona presenza scenica e voce interessante nel registro grave, che diventava però più esile man mano che saliva all’acuto. Berta era Tosca Rousseau: avendo a disposizione una ragazza così avvenente, Rossi ha pensato di non sprecarla travestendola da vecchia e quindi si è vista per la prima volta una Berta giovane, oltre che molto ben cantata. Con voce gioviale e recitazione spigliata Paolo Ciavarelli era un Figaro centrato. A posto il Basilio di Antonio Albore. Di Luca Simonetti si è apprezzata soprattutto la verve scenica e lo stesso può dirsi di Gianluca Bocchino, irresistibile nei panni di Conchita Wurst, molto meno quando doveva cimentarsi col bel canto della Serenata e della Canzonetta. 

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