Thumbscrew, unicità di un trio americano

Il trio Halvorson – Formanek – Fujiwara approda al Torrione di Ferrara

Thumbscrew (foto Eleonora Sole Travagli).
Thumbscrew (foto Eleonora Sole Travagli).
Recensione
jazz
Torrione Jazz Club, Ferrara
Thumbscrew
22 Ottobre 2022

Reduce dal festival Jazz & Wine of Peace di Cormons, Thumbscrew – ovvero Mary Halvorson alla chitarra, Michael Formanek al contrabbasso e Tomas Fujiwara alla batteria – è approdato nell’attivissimo club ferrarese, dove c’era grande aspettativa per questa formazione, singolare espressione dell’attualità americana.

– Leggi anche: La "eeriness" di Mary Halvorson

Questo trio a conduzione cooperativa, costituitosi nel 2014, ha all’attivo sette cd per la Cuneiform (l’ultimo, Multicolored Midnight, è stato edito da poche settimane), nei quali si perlustra un repertorio molto vasto, comprendente innanzi tutto propri original, ma anche temi più o meno famosi di maestri del passato, incluso un progetto speciale dedicato alle composizioni di Anthony Braxton.

Nella verifica dal vivo che si è potuta avere a Ferrara è prevalsa decisamente l’attenzione per la scrittura, che in alcune composizioni originali, a firma dell’uno o dell’altro dei membri, ha prescritto linee tematiche mai risapute, vincolanti sotto il profilo melodico, armonico e dinamico; altrove invece la visione compositiva ha dato vita a tracce relativamente più aperte, in grado comunque di predisporre strutture collaudate e insistite, includendo ovviamente interventi improvvisativi, collettivi o individuali, pertinenti e di grande efficacia.

A tale proposito Tomas Fujiwara, sempre affiancato dal fitto sottofondo tramato dalla chitarrista e dal contrabbassista, ha usufruito di tre spazi: il primo, molto lungo, è risultato saturo e uniforme, mentre gli altri due nel finale hanno presentato un incedere molto più frastagliato sotto il profilo timbrico e dinamico.  A parte queste zone solistiche, il suo drumming ha fornito un accompagnamento ritmico azzeccato, anzi ineccepibile, anche se tutto sommato piuttosto canonico. Michael Formanek, dall’alto della sua pluridecennale esperienza, ha garantito un pizzicato austero, scuro e ondivago, che ha sempre avuto la funzione di mobile/nobile pilastro.

Ma, come prevedibile, il lavoro di Mary Halvorson è stato quello più esposto e caratterizzante per quanto riguarda la sonorità complessiva del gruppo e la conduzione narrativa del discorso melodico. Dall’inizio della sua carriera il suo pizzicato limpido e selettivo ha creato uno stile strumentale inconfondibile che, con l’uso di pedali e di loop (visivamente impercettibile nel compostissimo atteggiamento della chitarrista), in alcuni passaggi distorce la sonorità della chitarra, creando allucinate vibrazioni, note calanti o crescenti, glissando lamentosi.

Un effetto simile a quando i giri di un piatto per lp o di un lettore di cassette accelerano o decelerano inaspettatamente per un istante. Si tratta indubbiamente di un approccio personale, di una nota distintiva; eppure quella tecnica che si fa visione estetica può diventare una maniera, protratta ed esibita a volte con troppa insistenza e compiacimento, tanto da trasformarsi in un espediente un po’ stucchevole, non in una condizione necessaria e sufficiente di per sé a creare musica. Rischio tuttavia evitato nel concerto al Torrione, in quanto questa pratica è stata tenuta sotto controllo e usata nei momenti opportuni, risultando funzionale al tutto.  

Nel merito del concerto in questione va detto che fra i circonvoluti original è spiccata l’interpretazione decantata e originalissima di due famosi temi, uno di Mingus e uno di Herbie Nichols. Nel complesso ognuno dei brani proposti, tutti prevalentemente brevi, ha racchiuso una sintesi ragionata, proponendo sviluppi calibrati e spesso una conclusione netta e repentina. Il volume contenuto, ritmi per lo più su tempi medi e un sound mai aggressivo, se non in un paio di crescendo nel finale, hanno denotato una proposta quasi cameristica, sorretta da un dialogo elegante, equilibrato, sofisticato, senza alcuna concessione a una comunicativa esuberante e accattivante.

Si è così concretizzata una visione poetica trattenuta, un po’ intellettualistica, motivata da una solida determinazione più che da una velata malinconia.

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