Parma ritrova il suo teatro

Dopo sette mesi il Teatro Regio accoglie Ernani sul suo palcoscenico per il Festival Verdi

Ernani
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Recensione
classica
Parma, Teatro Regio
Ernani
25 Settembre 2020 - 27 Settembre 2020

L’emozione di ritornare a teatro: questo innanzitutto è ciò che è andato in scena venerdì scorso in occasione della prima dell’Ernani proposto nell’edizione critica a cura di Claudio Gallico (The University of Chicago Press e Casa Ricordi) nell’ambito del Festival Verdi di Parma. Una sensazione descritta dalle parole, misurate ma palesemente sentite, pronunciate da Anna Maria Meo, direttore generale della fondazione Teatro Regio, in apertura di serata: «sono passati sette mesi e due giorni da quando il nostro teatro è stato orfano di artisti, di maestranze, di pubblico; abbiamo fatto di tutto per farvi sentire sicuri, ma era tempo di tornare».

Dopo Macbeth e Messa da Requiem, vale a dire i primi appuntamenti ospitati al teatro all’aperto allestito nel Parco Ducale – soluzione coraggiosa per salvare il festival Verdi dalle conseguenze della pandemia ma frutto di inevitabili compromessi, soprattutto dal punto di vista acustico – la musica è quindi tornata a risuonare nella sala del Teatro Regio, pur tra distanziamenti, plexiglas e mascherine.

Una scelta dettata certamente dall’evoluzione della situazione metereologica, ma voluta fortemente anche per quella valenza simbolica eppure molto concreta che questa decisione ha comportato sia per gli addetti ai lavori, sia per il pubblico presente.

Una dimensione “ritrovata”, dunque, che ha giovato innanzitutto alla qualità d’ascolto che ha segnato la serata e che ha permesso di apprezzare a pieno il lavoro di concertazione plasmato dalla lettura compatta di Michele Mariotti, in questa occasione al suo primo confronto con Ernani. Un’opera, come sappiamo, densa di particolari elementi drammatico-stilistici per quel suo collocarsi in un punto di snodo nell’ideale tracciato della produzione verdiana, legando l’afflato corale ormai consolidato allo sbalzo sempre più nitido e definito dei singoli personaggi.

Caratteri che Mariotti è riuscito a restituire con segno efficace, giocato da un lato su un funzionale taglio stringato dei tempi e dall’altro su un felice equilibrio tra un coro del Teatro Regio sempre connotato da bella solidità – nonostante la dislocazione un poco dispersiva sul fondo del palcoscenico, inevitabilmente dovuta alle regole sul distanziamento – e una Filarmonica Toscanini che si conferma complesso strumentale maturo e felicemente reattivo.

Anche la compagine vocale, nel complesso ben assortita, ha goduto della ritrovata acustica teatrale, la quale, nonostante il valore aggiunto comunque fondamentale dell’azione scenica che viene naturalmente a mancare nell’esecuzione in forma di concerto, ha restituito la dimensione “naturale” del segno timbrico proprio dei cantanti coinvolti. Così Piero Pretti ha restituito un protagonista tratteggiato con impegno nel complesso efficace, affiancato da Eleonora Buratto che ha consegnato al ruolo di Elvira una vocalità piena e solida, solo a tratti un poco imponente specie nella tessitura più alta. Oltre a queste voci di tenore e soprano – entrambe al debutto nel ruolo e al Festival Verdi – è emersa per eleganza ed esperienza quella di baritono di Vladimir Stoyanov, un Don Carlo cresciuto pienamente nel corso della serata, e quella di basso di Roberto Tagliavini, un Silva di sostanza vocale presente e compatta. Completavano il cast con giusto impegno Carlotta Vichi (Giovanna), Paolo Antognetti (Don Riccardo) e Federico Benetti (Jago).

Nel corso della serata gli applausi del pubblico hanno riconosciuto un bel riscontro personale a Stoyanov e alla Buratto, confermando alla fine un convinto apprezzamento per Mariotti e per tutti gli artisti impegnati, decretando così un pieno successo per questa terza tappa del Festival Verdi 2020.

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