Otello o della violenza sulle donne 

A Monaco successo per l’opera verdiana con Kaufmann, Harteros e Finley e la direzione di Kirill Petrenko

Otello (Foto Winfried Hoesl)
Otello (Foto Winfried Hoesl)
Recensione
classica
Opera di Stato Bavarese (Monaco di Baviera), Nationaltheater
Otello
23 Novembre 2018 - 21 Dicembre 2018

È noto come Verdi pensasse di intitolare la sua penultima opera Jago, il manipolatore e vero motore del dramma. È probabile che Amélie Niermeyer, regista della nuova produzione dell’Opera di Stato Bavarese, avrebbe invece preferito Desdemona, terzo polo della tragedia shakesperiana e in questa produzione simbolo della violenza sulle donne. Raramente si era visto in scena un Otello così antieroico o negativo: la Niermeyer non concede davvero nessuna pietà a quel suo Otello, bianco di pelle e nero nell’anima, imprigionato nella propria autorappresentazione dell’eroe e che riserva alla donna solo il linguaggio della violenza. Non gli concede nemmeno l’onore delle armi fra quelle quattro pareti spoglie di gelida solennità (di Christian Schmidt), che riverberano i canti vittoriosi di un coro sempre in penombra, quasi evocasse ricordi lontani o magari ambizioni mai davvero compiute, e concentrano lo sguardo sui due protagonisti, come in un durissimo Kammerspiel il cui tragico epilogo è scontato fin dalle prime battute. Jago, insinuante e onnipresente, non è che la proiezione di un male che divora da dentro l’umanità di Otello e lo “legittima” a usare la violenza, rappresentata in scena con vivido e disturbante realismo perché rimanda l’immagine speculare di quella stessa “normale” violenza di cui leggiamo ogni giorno. 

Inevitabile che un segno registico così deciso si rifletta sull’interpretazione dei tre bravissimi protagonisti e soprattutto su Jonas Kaufmann che, dopo l’atteso esordio londinese, torna a distanza di un paio di stagioni a questo ruolo verdiano spogliandolo vieppiù di qualsiasi accento eroico e introiettando anche musicalmente le sue lacerazioni psicologiche e, contrariamente alla tradizione consolidata, facendo prevalere l’attore sul tenore. Desdemona è Anja Harteros, non la solita creatura angelica vittima di una calunnia ma scossa (e percossa) da tratti talora esasperati di realismo che la inducono a forzare sul canto a tutto vantaggio di una certa enfasi drammatica. Jago è Gerald Finley, straordinario nel dare corpo a un personaggio mobilissimo quanto misurato, un folletto che si traveste e si insinua nelle pieghe più oscure del male e lo scatena. Senza debolezze anche il resto della distribuzione vocale, in cui spiccano l’elegante Cassio di Evan LeRoy Johnson, il solido Lodovico di Bálint Szabó e l’Emilia fin troppo popolaresca di Rachael Wilson. Di spessore anche la prova del coro. 

E infine Verdi che davvero splende in tutta la sua carica drammatica grazie a Kirill Petrenko, che conferma in questo suo Otello l’infallibile e noto intuito teatrale. In un crescendo drammatico trascinante e irresistibile, è soprattutto nel terzo atto, che vibra di gelide sonorità quasi espressionistiche, e soprattutto nel tesissimo quarto atto che firma il capolavoro. Nonostante qualche perdonabile défaillance degli ottoni, dal timbro comunque sempre radioso, gli strumentisti della Bayerisches Staatsorchester seguono il loro direttore in perfetta sintonia regalando a questo Verdi maturo una ricchezza coloristica davvero straordinaria. 

Tutte esaurite le recite in programma, salutate da applausi trionfali soprattutto per Petrenko e per il trio dei protagonisti. 

 

 

 

 

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