Moor Mother nel Bunker

Per l'anteprima Jazz Is Dead, Moor Mother è arrivata insieme a Dudu Kouate

Moor Mother
Recensione
jazz
Bunker, Torino
Moor Mother
07 Maggio 2022

Il “jazz” al centro di Jazz Is Dead – rassegna torinese che dagli esordi sotterranei sempre più si va costruendo uno spazio sulla scena cittadina e nazionale – è una musica avventurosa, per nulla rassicurante e che “è morta" (per noi) solo per rinascere in forme sempre nuove e mutanti.

La presenza di Moor Mother per la seconda anteprima del festival (la prima era affidata a Colin Stetson) è senza dubbio particolarmente adeguata allo scopo, così come lo è lo spazio del Bunker, ex fabbrica ai margini del centro cittadino, che sotto la pioggia suggerisce una (adeguata, nella circostanza) atmosfera post-apocalittica.

– Leggi anche: Jazz Is Dead 2022, da Charlemagne Palestine a The Bug

Allo stesso modo, adeguato è il fatto che la stessa Camae Ayewa – poetessa, militante, musicista, già apprezzata con il collettivo Irreversibile Entanglements e autrice l'anno scorso del celebratissimo Black Encyclopedia of the Air – si sia presentata a Torino, senza preavviso, accompagnata da Dudu Kouate. Il percussionista e polistrumentista senegalese dell'Art Ensemble of Chicago, in Italia da molti anni, si installa così sul palco del Bunker disponendo su due tavolini improvvisati un paio di valigie di percussioni, fischietti, richiami per uccelli e quant’altro.

Moor Mother al contrario viaggia leggera: un Macbook con qualche beat, un iPad con cui lanciare brevi sequenze e pilotare un synth bass versione software, due microfoni – uno con un delay, uno con un pitch effect. La presenza di Kouate orienta il concerto torinese verso un’improvvisazione senza soluzione di continuità, in cui la performer declama – la voce che si frantuma e deforma attraverso gli effetti – su basi ribollenti e inquietanti, con il suo compagno di viaggio che insegue passando da un oggetto all’altro, da un suono all’altro, soffiando percuotendo raschiando.

Non tutto è a fuoco, non sempre i due si cercano e solo talvolta si trovano, ma – come avviene in queste situazioni – nei momenti in cui gli astri si allineano, di colpo si aprono squarci di una potenza disturbante. È musica da seguire abbandonandosi al flusso, cedendo al suo fascino inquietante, senza ricercare struttura né salvezza.

Il concerto finisce, e solo per i bis Moor Mother si concede una sequenza rappata, su un beat quasi hardcore, lanciandosi senza risparmio contro le transenne delle prime file e abbandonando infine la più protetta posizione sul palco, seduta dietro lo schermo. Cinque minuti di puro sfogo e di catarsi – che, dice qualcuno uscendo, valgono l’intero prezzo del biglietto. Si va così a casa con la voglia di qualche minuto in più, come capita nei migliori concerti.

Jazz Is Dead prosegue con il programma principale il 27, 28 e 29 maggio.

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