Manon secondo Emma Dante

Direzione appassionata di Sesto Quatrini

AT

23 marzo 2026 • 4 minuti di lettura

Manon Lescaut (Foto Jean Louis Fernandez)
Manon Lescaut (Foto Jean Louis Fernandez)

Lyon, Opéra

Manon Lescaut

20/03/2026 - 07/04/2026

La regista palermitana Emma Dante colora l’opera di Puccini con tinte vivaci e belle immagini, come suo solito animandola di gesti e movimenti che parlano da soli, rispetta il libretto e la musica pur leggendoli secondo il suo stile che lavora sopratutto sulla dimensione teatrale dell’opera. Nella nuova produzione della Manon Lescaut dell’Opéra de Lyon quindi l’allestimento ruba un po’ la scena alle voci, oltretutto inizialmente, per ragioni diverse, deludenti, ma infine, nei due drammatici quadri finali, più adatte e coinvolgenti. Se è indubbio che la debordante creatività che caratterizza tutti i lavori di Emma Dante, sempre estremamente vitali ed intensi a livello emozionale, nell’opera ha meno libertà d’espressione perché c’è già uno spartito e un libretto che definiscono la storia, la Dante riesce sempre a dare la sua inconfondibile impronta a tutto quello che crea, anche se qui non ci sono veramente grandi idee nuove. Emblematico è in questo caso il letto-alcova di Manon che appare come una piccola scena con le tende che diventano le sue quinte e che tornerà pure in quello che dovrebbe essere il desertico finale, discendendo dall’alto e diventando da rosso a bianco, per portare in cielo una Manon pure candidamente vestita, riscattata e purificata dal suo amore, dove le altre prostitute sono trasfigurate pure in figure angeliche. Un finale discutibile, ma d’effetto.  E la Dante riempie pure di teatro lo spazio tra gli atti, si salva solo l’intervallo, inventandosi una storia che li collega, a sipario chiuso, ben riuscita sopratutto il primo collegamento con buffi personaggi rossi che portano, litigando, gli specchi dorati che caratterizzeranno poi la ricca casa di Manon a Parigi del vecchio protettore Géronte. Il maestro Quatrini deve tenere testa quindi non solo alla densa partitura orchestrale di Puccini ma anche a tanta esuberanza visiva, ci riesce egregiamente ma il suo lavoro con l’Orchestra de l’Opéra de Lyon è apprezzabile in particolar modo nell’intermezzo sinfonico in cui è protagonista assoluto ed è la musica sola a riempire la sala di colori forti e accenti di intenso significato ed emozione. La parte della protagonista è affidata al soprano Chiara Isotton, al debutto nel ruolo, voce bella e importante, sontuosa, drammatica, poco adatta quindi per la giovane e civettuola Manon dei primi atti, che convince infatti  pienamente solo quando la vicenda assume toni tragici per raggiungere l’acme nella sua famosa aria “Sola... perduta... abbandonata” . Il giovane studente innamorato, il cavaliere Renato Des Grieux, è affidato a Riccardo Massi, visivamente adatto per la parte ma dal timbro aspro, soprattutto nelle note acute, la sua romanza iniziale “Donna non vidi mai” è un po’ gridata invece di essere il canto dolcissimo di un ragazzo che si è innamorando perdutamente a prima vista, diventa un po’ più morbido man mano che la voce si scalda e il tenore entra nel ruolo, comunque alla fine tale asprezza finisce anche un po’ per conciliarsi con la disperazione crescente del personaggio. La parte di Lescaut, il fratello, è qui affidato al baritono Jérôme Boutillier che lo interpreta brillantemente, con un curato gioco d’attore con tratti mefistofelici. Il vecchio Geronte de Ravoir è dignitoso impersonato dal baritono Omar Montanari, mentre l’amico studente Edmond è Robert Lewis che si fa notare per la bella melodiosità. Tra i tanti altri personaggio, una menzione merita il maestro di danza interpretato con ironia da Camille Leblond.  Emma Dante, come suo solito, cura molto l’espressione del corpo degli artisti e si avvale anche di attori e danzatori, le coreografie sono di Manuela Lo Sicco. che si affiancano al coro all’inizio sfocato, confuso, ma poi più preciso nel canto e convincente, lo guida Benedict Kearns. Quanto a scene e costumi, Emma Dante si è avvalsa di alcuni suoi più fidati collaboratori, Carmine Maringola per le scenografie e Vanessa Sannino per i costumi. Il primo ha concepito una palazzina a più piano con appartamenti a ringhiera che cambiando di colore e decorazioni, complici anche le buone luci di Cristian Zucaro, possono ben passare ad esprimere povertà quanto ricchezza, e diventare pure prigione aggiungendo delle grate. Infine un fondale sabbioso basta per esprimere la desolazione della terra americana, prima che discenda inaspettatamente il letto a portarsi via gli amanti. I costumi, ricchi di dettagli fantasiosi, passano pure da colori scuri e spenti del primo atto dei bassifondi alla vivacità e ricchezza di sfumature del rosso, rosa e arancione che simboleggiano la ricchezza, tra le idee  più riuscite la grande gonna rossa che poi ingabbia Manon. sino al bianco candido, da angeli caduti interra, dato che la regista, come suo solito, riabilita le prostitute, le derelitte, le ultime, mostrandoci la loro umanità e bontà al di là delle circostanze e degli errori commessi.