“Rigoletto” ha inaugurato il festival di Lione

Per il pubblico era una scoperta: l’opera di Verdi non veniva rappresentata nella città francese da quarant’anni!

"Rigoletto" (foto Stofleth)
"Rigoletto" (foto Stofleth)
Recensione
classica
Lyon, Opéra
Rigoletto
18 Marzo 2022 - 07 Aprile 2022

Questo Rigoletto, che ha inaugurato il festival primaverile dell’Opéra National de Lyon, ha avuto una storia travagliata. Era programmato per il festival del 2020, ma pochi giorni prima di andare in scena era stato cancellato a causa del primo lockdown per il Covid-19 (in quell’occasione aveva intervistato Michele Spotti, che avrebbe dovuto dirigerlo). È stato riprogrammato quest’anno con la direzione di Daniele Rustioni e tutto sembrava andare per il meglio, ma dopo la seconda recita Rustioni è risultato positivo al Covid ed è stato sostituito da Alexander Joel, per una sola sera, perché anch’egli si è contagiato ed è stato a sua volta sostituito da Clément Lonca. La recita cui abbiamo assistito era diretta da questo promettente ventiseienne, che era stato l’assistente di Rustioni durante le prove di questo Rigoletto e quindi avrà sicuramente conservato qualcosa dell’impostazione del direttore italiano. Ma cosa? Probabilmente i colori orchestrali, non accesi e violenti ma spenti e malinconici, e soprattutto i tempi, quasi sempre più lenti di quelli tradizionali: il risultato è un Rigoletto più interiorizzato e più attento a scavare nella psiche dei personaggi, quindi meno melodrammatico in senso deteriore e più autenticamente drammatico, anzi tragico.

 "Rigoletto" (foto Stofleth)
"Rigoletto" (foto Stofleth)

In particolare il protagonista non era rappresentato come un buffone deforme e ridicolo, ma come un pover’uomo, solo e infelice. E qui entra in gioco la regia, perché c’è un rapporto molto stretto tra esecuzione musicale e messa in scena. Il trentottenne regista tedesco Axel Ranisch (senza dubbio di concerto col “dramaturg” Rainer Karlitschek) ha spostato l’azione in una triste e alienante periferia metropolitana dei nostri giorni. Questo comporta che non ci siano duchi, buffoni di corte e altri personaggi che ormai ci sembrano irreali come marziani, quindi la storia singolare ed estrema – come altro può essere una storia ideata da Victor Hugo? - narrata dal Rigoletto ci coinvolge inevitabilmente di più che se fosse ambientata in un mondo da noi lontanissimo come una corte di mezzo millennio fa.

Per ottenere questo risultato non basterebbe l’idea ormai vista e rivista dell’ambientazione moderna (scene di Falko Herold e costumi di Alfred Mayerhofer). L’operazione di regista e dramaturg è molto più sottile e complessa. Durante il preludio viene proiettato un filmato che ci mostra un uomo di mezza età (l’attore Heiko Pinkowski) che inserisce nel lettore una videocassetta del Rigoletto e si siede sul divano per guardarla. Nei successivi inserti filmati si vede lo stesso personaggio, un po’ più giovane, circondare di premure affettuose la moglie incinta, che muore di parto, lasciando all’uomo la figlioletta come unica luce della sua vita. Però poi si scopre che la vita con la moglie non era affatto idilliaca, perché in alcuni flash back compare vicino a lei un uomo, il cui ruolo dapprima ambiguo diventa man mano inequivocabile. La storia sembra ripetersi con la figlia, che crescendo diventa insofferente alle soffocanti attenzioni del padre, vuole la sua libertà, ha una sua vita sentimentale (e sessuale) con un uomo, che agli occhi del padre è lo stesso con cui lo tradiva la moglie: un secondo tradimento, che lo sconvolge più ancora del primo e lo spinge ad accettare la proposta omicida di Sparafucile.

Tutto questo è da intendersi come un sottotesto o come una seconda storia parallela a quella che si svolge sulla scena? Probabilmente come una combinazione dei due. Il protagonista dei filmati potrebbe essere Rigoletto stesso, della cui vita vengono mostrati episodi che in Verdi non ci sono ma che completano e spiegano tutto quello che Rigoletto ha vissuto, il dolore intollerabile, la frustrazione impotente, i propositi omicidi. Ma potrebbe anche trattarsi di un ascoltatore del Rigoletto, che nell’opera vede lo specchio della propria vita e s’identifica col protagonista. Nell’ultimo filmato i fii s’ingarbugliano ancora di più: sul palcoscenico Gilda non viene uccisa da Sparafucile ma si uccide ella stessa per Salvare il Duca dal pugnale di Monterone, e muore tra le braccia del padre; simultaneamente sullo schermo è invece il padre che, non sopportando più lo squallore della sua vita atrocemente infelice, si suicida e muore tra le braccia della figlia.

Questi inserti filmati non distraggono eccessivamente e non si sovrappongono all’opera ma entrano nell’opera, offrendo una nuova chiave di lettura alla vicenda del buffone gobbo, del duca donnaiolo, dell’angelica e ingenua fanciulla, con contorno di maledizioni e rapimenti, che – confessiamolo – comincia a sembrare piuttosto datata. Questa regia molto personale (ma non totalmente originale, perché riprendeva vari spunti da altre regie, particolarmente quelle di Carsen e Michieletto) è sicuramente discutibile ma non gratuita e può urtare soltanto uno spettatore ultraconservatore, ma a Lione evidentemente non ce n’erano, perché ci sono stati applausi unanimi ed entustiastici sia per la realizzazione scenica che per quella musicale.

 "Rigoletto" (foto Stofleth)
"Rigoletto" (foto Stofleth)

Il baritono Dalibor Jenis proviene da ruoli brillanti (Figaro nel Barbiere, Ford nel Falstaff) e lirici (Valentin nel Faust, il protagonista in Oneghin) e, sebbene sia da vari anni passato a ruoli più drammatici, conserva la capacità di alleggerire, ammorbidire e sfumare, dando a Rigoletto una gamma espressiva ampia e variata, che ne fa un personaggio profondamente umano, tragico, lontanissimo dal burattino da Grand Guignol a cui viene (veniva?) talvolta ridotto. Niente urli né smorfie, nemmeno in “Cortigiani”, dolente più che rabbiosa: è la constatazione da parte di Rigoletto del male del mondo, della cattiveria spietata degli altri e della propria solitudine e impotenza, che si conclude nella disperazione totale e nell’annichilimento. Nina Mynasian è un’ottima Gilda, senza bamboleggiamenti, molto toccante soprattutto nei suoi duetti col padre. Enea Scala è un Duca volutamente antipatico e anche volgare, ma cantato con rigore e sicurezza, a parte qualche acuto un po’ forzato. La voce dai riflessi ambrati (quasi un contralto più che un mezzosoprano) e la presenza scenica fanno di Agata Schmidt una Maddalena sensuale ma anche abbastanza energica da opporsi a Sparafucile, interpretato da Gianluca Buratto, che ha pochi rivali in questo ruolo. Bene i comprimari, con una segnalazione speciale per il Marullo di Daniele Terenzi.

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Splendida direzione di Mariotti e buon cast. Livermore questa volta sorprende con una regia semplice e intimista, quasi

classica

Successo per l’efficace Tamerlano con la direzione di Ottavio Dantone e la regia di Stefano Monti

classica

Successo per l’allestimento firmato Laurent Pelly