Le corde cosmopolite dell'Acoustic Night

Beppe Gambetta con Richard Schindell, Harry Manx, Casey Driessen per l'Acoustic Night 2022 a Genova

Acoustic Night Genova
Foto Giovanna Cavallo
Recensione
world
Teatro Ivo Chiesa, Genova
Acoustic Night 22
19 Maggio 2022

Ci vuole davvero, parafrasando il titolo di questa quattro giorni unica in Italia di musica acustica indipendente, una "bellezza senza confini” interiore speciale, per avere il coraggio di presentare ogni anno un campionario unico di note acustiche e semiacustiche in un grande teatro, assumendosi ogni rischio. Beppe Gambetta lo fa da ventidue anni, con una caparbietà serena e la cocciutaggine di chi sa di stare dalla parte giusta della barricata: quella della bellezza, appunto.

– Leggi anche: Acoustic Night, la saga continua

Quest’anno Gambetta s’è inventato di chiamare sul palco specialisti delle corde mai esibitisi in Italia che, come lui curiosi del mondo, hanno scelto di trasferirsi in paesi diversi dal proprio, spazzando via latitudini e longitudini della “tradizione”. O meglio, facendola vivere come in realtà vive ogni tradizione vera, con continui apporti che ne destabilizzano prima, e stabilizzano poi il quadro d’assieme.

Richard Schindell, sul grande palco genovese, era il più “cantautore” di tutti: cresciuto nella zona iconica di Woodstock, scrive canzoni molto attente al dato sociale (ad esempio la splendida “You Stay Here”, dedicata ai rifugiati) con la grazia tornita e l'eleganza di passo del Bruce Cockburn dei tempi migliori: ma, a proposito di proficui spiazzamenti, lui da molti anni vive a Buenos Aires. Apolide per scelta, per curiosità divorante, per studio e per passione è invece il prodigioso violinista del North Carolina Casey Driessen. Ha inventato tecniche ritmiche e d’attacco con l'archetto clamorose, ha viaggiato nella penisola iberica e in Tibet, in Africa e nella nostra Sardegna, alla fine il lockdown l'ha bloccato in Finlandia, e anche lì ha trovato modo di incontrare e collaborare con musicisti locali. Una sorta di archivio vivente delle possibilità violinistiche, col sorriso sulle labbra e la leggerezza di un elfo anche quando usa i devices elettronici.

Infine Harry Manx: considerato (a ragione) uno dei migliori bluesman cresciuti in Canada, musicista con la sapienza profonda di un Ry Cooder o di un Bob Brozman. Ha passato lunghi anni in India, alla fine s’è fatto costruire una chitarra che è un incrocio tra Oriente e Occidente, la Mohan Veena, con una cordiera di risonanza in più, e quando suona con la tecnica “slide” alla Duane Allman i suoi brani si entra in uno strano mondo di “raga blues” a contempo straniante e perfettamente legittimo, merito anche di una voce strepitosa da autentico bluesman.

E poi c’è Beppe Gambetta, che oltre alla impressionante caratura strumentale nel suo amato flat picking ormai è songwriter compiuto: l’ultimo brano che ha scritto, “Un panino”, immagina un De Andrè disincantato che dalle nuvole vede che Piero continua ad andare in guerra, Marinella deve morire ogni volta, e Andrea non riesce ad avere il frutto del suo amore, splendida, anche se la penultima “Dove tia o vento”, eseguita dal gruppo al completo è, azzardiamo,  uno dei brani più struggenti usciti da penna d’autore negli ultimi anni.

Tra “I Can’t Be Satsified” e “Workin’ On A Building”, passando per strumentali e canzoni d'autore, e per una versione indo-afro dell’hendrixiana "Vodoo Chile" impensabile, quattro serate memorabili. Della prima, per fortuna di tutti, resta traccia negli archivi di Radiotre, con la diretta curata da Marco Boccitto.

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