La musica della guerra 

A Venezia, Jean Cras e gli altri musicisti della Grande Guerra al centro della rassegna di primavera del Palazzetto Bru-Zane 

Jean Cras al piano
Jean Cras al piano
Recensione
classica
Venezia, Palazzetto Bru-Zane
I musicisti nella Grande Guerra 
06 Aprile 2019 - 28 Aprile 2019

Probabilmente il nome Jean Cras dice più a chi si occupa di navigazione (il regolo che porta il suo nome è una sua invenzione) che di chi frequenta le sale da concerto. O almeno a chi non frequenta i programmi del Palazzetto Bru-Zane. Per il suo festival di primavera in programma ad aprile nella sua sede veneziana il Palazzetto Bru-Zane ha proposto una significativa antologia di composizioni da camera prodotte in ambito francese negli anni della Grande Guerra, prendendo spunto dal centenario della firma del Trattato di Versailles che pose fine allo spaventoso bagno di sangue. Una catastrofe epocale, che produsse un iniziale silenzio, riflesso di una perdita di senso (“Comporre? Che cosa? Su quale soggetto? A che scopo?” si chiedeva Théodore Dubois nelle pagine del Journal nel 1914) e di un paese che mobilitava tutte le sue forze a combattere il nemico oltre Reno. La musica però non tacque nelle navi da guerra e nelle trincee, come testimonia l’attività di Lucien Durosoir, il musicista-soldato, i cui atti del convegno Lucien Durosoir. Un compositore moderno nato romantico del 2011 sono stati pubblicati in concomitanza con la diffusione del fondo digitalizzato del compositore nel sito del Palazzetto Bru-Zane in occasione del festival veneziano. 

La nuova rassegna ha documentato soprattutto una transizione verso nuove forme espressive, accostando ai nomi consacrati di Fauré, Debussy, Roussel, Caplet, Ravel, quelli dei meno noti Nadia Boulanger, Guy Ropartz, Mel Bonis e appunto Jean Cras. Proprio a questo bretone, ufficiale di marina e compositore per diletto, è stata dedicata una porzione significativa della produzione cameristica e vocale oltre che l’apertura nel grande salone della Scuola Grande di San Giovanni Evangelista. Nato a Brest, figlio di un chirurgo di marina che, come la moglie, ama la musica, ha il mare nel destino. Jean mostra un talento precoce per la musica e l’amico Henry Duparc incoraggia quel “figlio della mia anima” a perseguire la carriera, regalandogli per tre mesi le sue lezioni. Ma lui preferisce la carriera in marina. Conosce posti lontani e in guerra si distingue per il coraggio come comandante del torpediniere “Commandant Bory” nell’Adriatico, facendo poi una brillante carriera fino al grado di contrammiraglio e quindi maggiore generale dell’arsenale militare del porto di Brest, dove muore nel 1932 a 53 anni. La musica la osserverà da lontano, componendo molto spesso a bordo delle sue navi, alimentando le sue composizioni soprattutto della sua passione per il mare e dei ricordi di posti esotici ma soprattutto dell’amore per la sua terra, la Bretagna, e dell’antica cultura celtica. 

Intitolato “Viaggio con l’arpa”, il concerto inaugurale presentava una piccola antologia di composizioni di Jean Cras dedicate all’arpa, strumento di reminiscenze celtiche, in formazioni variabili: con il flauto nella Suite in duo del 1927, da sola nei Due improvvisi del 1925 e nel bellissimo Quintetto con flauto e trio d’archi del 1928, commissionato dall’arpista Pierre Jamet, ricco di atmosfere debussyane e raveliane. Completava il programma il Trio per violino, viola e violoncello del 1926 di ispirazione più classica ma aperto a modalità più sperimentali soprattutto nel secondo movimento. Grandi consensi soprattutto all’affascinante interprete Valeria Kafelnikov ben coadiuvata dal flautista Philippe Bernolde dal Trio Opus 71, ossia il violinista Pierre Fouchenneret, il violista Nicolas Bône e il violoncellista Éric Picard

Consensi anche per la sensibilità interpretativa del giovane soprano Judith Fa accompagnata dal pianista Damien Lehman in un’interessante antologia di mélodies di inizio ’900 che presentava le atmosfere tardo-romantiche di Gabriel Fauré, le suggestioni simboliste di Nadia Boulanger, André Caplet e i raffinati arcaismi delle miniature di Maurice Ravel (con la pertinente aggiunta del Prélude del Tombeau de Couperin). Completava il programma una scelta significativa della produzione vocale di Jean Cras con le tre popolaresche Chansons bretonnes del 1932 su testi propri e, introdotte dal delicato impressionismo pianistico del Paysage maritime, le sei mélodie del ciclo L’Offrande lyrique del 1920 su poesie di Rabindranath Tagore tradotte in francese da André Gide intrise di esotismi filtrati dal ricordo di viaggi lontani. Meno legata al clima “in tempore belli”, invece, la scelta di mélodies del tenore Yann Beuron accompagnato dal pianista David Zobel. Fra un tardivo Camille Saint-Saëns e un florilegio senza grosse sorprese di pagine vocali di Debussy, Roussel, Fauré e Tombelle, una bella sorpresa comunque c’era e si chiamava Mel Bonis, nom de plume di Mélanie Hélène Bonis, bell’esempio di emancipazione femminile di inizio XX secolo. Di lei Beuron presentava cinque miniature che spaziavano in un ampio spettro espressivo, ma soprattutto annunciava un CD consacrato alla sua musica vocale in uscita a breve, in attesa che il Palazzetto Bru-Zane restituisca un ritratto a tutto tondo della sua produzione musicale. 

Ancora un confronto molto stimolante fra Jean Cras e Maurice Ravel anche nel bellissimo concerto dell’olandese Trio van Baerle, cioè la violinista Maria Milstein, il violoncellista Gideon den Herder e il pianista Hannes Minnaar. Il Trio n. 2 in do maggiore del 1909 di Cras era apprezzabile per freschezza di ispirazione e chiarezza nello sviluppo da una certa solennità, specie nel Corale del secondo movimento, alla gioiosa spensieratezza da danza popolare del finale. Non reggeva però il confronto con la folgorante interpretazione dello straordinario Trio di Ravel, scritto nel 1914 a cavallo della dichiarazione di guerra, che fa trasparire solo nell’elegiaca Passacaglia del terzo movimento l’angoscia del compositore provocata dal cupo presentimento di un conflitto destinato a durare ben più a lungo di quanto proclamato dalle forze in campo. 

Lontana, come la musica di Jean Cras, da qualsiasi retorica nazionalistica o patriottismo bellicoso, questa rassegna del Palazzetto Bru-Zane ha celebrato il discrimine fra due epoche: la sepoltura definitiva dei cascami del XIX secolo e l’inizio della modernità del XX secolo. E, lontano da retoriche autocelebrative, il Palazzetto celebra così i suoi primi dieci anni di attività e, c’è da scommetterci, si prepara a sempre nuove e interessanti scoperte. 

 

 

 

 

 

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