La magia del Mandarino

Notevolissimo il Bartók della coreografa Éva Duda con la Budapest Festival Orchestra

Il Mandarino miracoloso ( Foto Tamas Leko)
Il Mandarino miracoloso ( Foto Tamas Leko)
Recensione
classica
Roma. Auditorium Parco della Musica Ennio Morricone - Sala Santa Cecilia
Il Mandarino miracoloso
15 Ottobre 2023

Nella settimana di avvio della propria programmazione sinfonica 2023-24, l’Accademia di Santa Cecilia è riuscita a proporre una doppia presenza di Iván Fischer: oltre all’appuntamento inaugurale della stagione con l’Orchestra dell’istituzione ospitante, il direttore ungherese ha guidato la Budapest Festival Orchestra (che ha fondato con Zoltán Kocsis nel 1983) in un concerto fuori abbonamento, interamente dedicato a due tra i massimi compositori magiari, Liszt e Bartók. La compagine ungherese è spesso in tournée col suo direttore stabile, e anche in Italia se ne sono apprezzate di recente le qualità proprio in titoli musico teatrali; tuttavia, l’appuntamento qui si annunciava particolarmente interessante per l’inclusione nel programma di Il mandarino miracoloso (o meraviglioso, o ancor meglio prodigioso), non nella più consueta – ma neppure poi tanto frequentemente ascoltabile – versione di suite da concerto, bensì in compiuta e rarissima versione scenica, nella realizzazione della coreografa Éva Duda e in coproduzione con Bridging Europe Festival (il festival promosso dalla stessa BFO, che ha a sua volta ospitato l’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia nella porzione di palinsesto presso la capitale magiara).

Le attese sono state ampiamente ripagate, e già nella porzione meramente sinfonica: da un lato, un’orchestra di straordinaria compattezza, di encomiabile precisione d’emissione (anche nei livelli d’intensità del pianissimo), di sonorità ben caratterizzate – dal chiaro al brunito – senza essere esteriormente spettacolari; dall’altro, una bacchetta fluida ma prensile, capace di plasmare ottimamente il fraseggio dell’assieme. I due lavori lisztiani hanno esemplato due aspetti della cultura dell’autore: dapprima una Rapsodia ungherese (strabiliante la sonorità del cimbalonista Jenő Lisztes), quindi il Secondo concerto per pianoforte e orchestra, emblematico di quella concezione ricorsiva ‘a due dimensioni’ della forma (i singoli episodi sono insieme movimenti di un concerto/sinfonia e parti di una forma-sonata) impensabile fuori dello scandaglio post-beethoveniano in proposito; qui il solista, Dejan Lazić, ha mostrato doti di notevole fluidità e solidità tecnica, soprattutto nelle bravure di velocità, ma pure di saper fraseggiare bene con direttore e orchestra.

Le doti sopra rimarcate dell’orchestra sono rifulse al massimo grado nella partitura di Bartók, dove la complessità nell’articolazione di diversi piani sonori le ha rese pressoché necessarie, anche nella coniugazione col gesto dei danzatori. La coreografia di Éva Duda ha sia conservato il carattere di ‘pantomina’ – come da complemento del titolo del capolavoro del 1918-19, allestito solo nel ‘26 – sia valorizzato una componente autenticamente danzata, declinata peraltro in un lessico particolarmente atletico ed entro una formulazione spaziale del tutto nuda, quanto allusiva: i due livelli dei praticabili per l’azione, collocati in sopraelevazione dietro l’orchestra e accessibili da scale, generavano uno spazio dentro-fuori la porzione perigliosa e malfamata ma vitale della città moderna, quindi uno schiacciato sottopalco nascosto (la zona urbana più sordida, dalla quale i tre Vagabondi gettano in scena la Donna e assaltano le tre vittime), infine in alto la piattaforma che servirà per l’amplesso finale, ovvero per l’affermarsi potente quanto tragico della natura contro la città: temi espressionisti, sì, ma riletti da Bartók col suo inconfondibile segno estetico-tecnico d’immanenza ed organicità musicale. Due sole, ma molto efficaci, le sottolineature negli elementi di costumi e luci: l’ingresso del Mandarino sotto un grande velo nero agitato da tutti i performer (l’oscura incommensurabilità del personaggio-simbolo), e la luce verdognola – colore già nello scenario originale – nel manifestarsi del prodigio dell’incessante quanto perturbante forza sessuale. Nello sprigionare dosata energia sulle strette superfici, nel coordinarle con nettezza e forza espressiva alla ricca figuralità musicale, tutti gli interpreti della Éva Duda Dance Company si sono rivelati straordinari, singolarmente e nella disciplina collettiva, ma una nota speciale va fatta per la bravissima Vera Bundschuh.

Molti e assai calorosi gli applausi finali, di un pubblico catturato, ma – a torto per gli assenti – non numeroso.

 

 

 

 

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Due suoi oratori eseguiti a Roma da Flavio Colusso e dalla Cappella Musicale di Santa Maria dell’Anima

classica

Il Teatro La Fenice aggiunge un nuovo capitolo al ciclo vivaldiano con il “Bajazet” allestito al Teatro Malibran

classica

Con il trittico Professor Bad Trip eseguito da un ensemble di studenti del Conservatorio di Milano si è concluso il 33° Festival di musica contemporanea