La Fenice festeggia il ritorno del Rinaldo di Pizzi

Dopo il rinvio di un anno a causa della pandemia, torna con successo nel teatro lirico veneziano il classico allestimento visto oltre trent’anni fa

Rinaldo (Foto Michele Crosera)
Rinaldo (Foto Michele Crosera)
Recensione
classica
Venezia, Teatro La Fenice,
Rinaldo
31 Agosto 2021 - 04 Ottobre 2021

Era un ritorno annunciato già nella scorsa stagione quello del fortunatissimo Rinaldo di Georg Friedrich Händel per festeggiare i 90 compleanni di Pier Luigi Pizzi, ultimo grande Maestro della scena lirica italiana. La pandemia ha costretto a un inevitabile rinvio per questa attesa ripresa curata dallo stesso Pizzi, che segna il riavvio della stagione del Teatro La Fenice dopo una breve pausa estiva. Creato nel 1985 per Reggio Emilia e già passato sul palcoscenico del teatro veneziano nel 1989 con Marilyn Horne protagonista, conserva pressoché intatta la meraviglia e la freschezza di ispirazione, che rifiuta la ricostruzione museale del teatro barocco reinterpretandone lo stupore in chiave metateatrale. Mosse a vista da una ventina di mimi vestiti di nero, le grandi macchine animano la storia tratta molto liberamente dalla Gerusalemme liberata di Tasso e animata da tensioni guerresche fra eroici paladini e monarchi infedeli, alleati con gli incantamenti demoniaci della maga Armida.

Le immagini sono sempre di forte impatto pur nella sofisticata semplicità dei mezzi impiegati – e andranno citati almeno il mirabolante ingresso di Armida su un carro trainato da draghi e accompagnata da una coppia di furie o la stilizzata battaglia finale sugli imponenti cavalli, autentica cifra del Pizzi scenografo fin dal leggendario Orlando furioso firmato con Luca Ronconi. Semplici e incisive sono anche le scelte cromatiche (fin troppo esasperate nel nuovo disegno luci di Massimo Gasparon), che specialmente attraverso gli ariosi costumi raccontano i buoni con luminose tinte pastello e i cattivi con seducenti variazioni del rosso, quasi in una trasposizione figurativa degli schematici “affetti” barocchi che animano la composita e variegata tavolozza musicale händeliana.

A questa dà sostanza l’esperta direzione di Federico Maria Sardelli non tanto nell’accentuazione dei contrasti dinamici ma soprattutto nel rilievo al sofisticato e fantasioso disegno strumentale, che sollecita gli strumentisti in buca a competere con i virtuosismi vocali della scena, come in “Augelletti che cantate” con lo stesso Sardelli impegnato al flautino o in “Vo’ far guerra” con l’acrobatico accompagnamento al cembalo di Giulia Nuti o “Or la tromba” con il trombettista sollecitato all’agone dallo stesso eroe Rinaldo. Quanto alla distribuzione vocale, protagonista della ripresa veneziana era Teresa Iervolino, impeccabile nella tecnica vocale ma piuttosto monocorde sul piano interpretativo.

Più convincente per ricchezza espressiva è invece la prova di Francesca Aspromonte come Almirena, ruolo al quale Händel destina le arie più belle risolte dalla cantante con grande eleganza. Peccato invece per quell’Armida poco furiosa e ancor meno sonora di Maria Laura Iacobellis. Nel comparto maschile, di spessore le prove di Leonardo Cortellazzi come Goffredo e soprattutto di Tommaso Barea, impegnato nel doppio ruolo di Argante (in sostituzione del previsto Andrea Patucelli) e del Mago cristiano. Musicalmente seducenti le due sirene in buca di Valentina Corò e Marilena Ruta.

Tutte esaurite le tre recite in programma salutate da applausi festosi in una sala comunque ridotta nel numero di posti disponibili.

 

 

 

 

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