La prima volta di Grimes alla Fenice

Un successo per l’opera di Benjamin Britten presentata al debutto nel teatro veneziano in un allestimento di Paul Curran e la direzione di Juraj Valčuha

Peter Grimes (Foto Michele Crosera)
Peter Grimes (Foto Michele Crosera)
Recensione
classica
Venezia, Teatro La Fenice,
Peter Grimes
24 Giugno 2022 - 05 Luglio 2022

Sorprende molto che Peter Grimes, probabilmente l’opera più nota di Benjamin Britten, non sia mai comparso nei programmi del Teatro La Fenice prima dell’allestimento appena andato in scena nel teatro lirico veneziano. Eppure il legame artistico del compositore inglese con Venezia è antico e assiduo, come risulta dalla precisa ricostruzione storica di Franco Rossi nel programma di sala. E quel legame nasce proprio nel segno di Peter Grimes: i Four sea interludes, silloge sinfonica dell’opera, furono infatti eseguiti in concerto nel 1946, dunque un anno dopo il debutto a Londra dell’opera, proprio alla Fenice nell’ambito del IX Festival di Musica Contemporanea.

Per questo debutto, a Venezia arriva il regista Paul Curran, che per il suo terzo allestimento di quest’opera punta su un’ambientazione quasi astratta, che esalta particolarmente le individualità del borgo di pescatori sulla costa orientale dell’Inghilterra che fa da sfondo alla vicenda di Peter Grimes. L’opprimente scatola lignea disegnata da Gary McCann si apre per suggerire con segni essenziali i diversi ambienti della vicenda (il mare è evocato solo nelle proiezioni sulle superfici della scena) e si scompone progressivamente come il tessuto sociale del villaggio che può solo ritrovare l’ordine espellendo il “corpo estraneo” Grimes attraverso la violenza di una giustizia sommaria. Se il poema di George Crabbe alla base del libretto di Montagu Slater indica il 1830 come coordinata temporale, i bei costumi dello stesso McCann spostano la vicenda agli anni di composizione dell’opera, quasi a voler stabilire un legame con le vicende biografiche del compositore. Fedele alla sua vocazione di regista che racconta storie, Curran guida la narrazione con grande chiarezza, soprattutto nel secondo e terzo atto, cesellando con cura ogni singolo carattere ma restituendo con vigore la dimensione corale anche attraverso le efficaci coreografie delle masse coinvolte sul palcoscenico compreso nell’involuzione più sinistra della drammatica vicenda complice il bel disegno luci di taglio espressionista di Fabio Barettin.

Naturalmente molto della riuscita di questa nuova produzione si deve agli interpreti, tutti o quasi di lingua inglese. Del trio dei protagonisti, convincono soprattutto il drammatico Grimes di Andrew Staples, a tratti più attore che cantante, specialmente nel lancinante monologo finale, e il dolente Balstrode di Mark S. Doss, più che l’Ellen Orford di Emma Bell, poco incisiva sul piano drammatico. Perfettamente calate nei rispettivi ruoli come consumate caratteriste, invece, Sara Fulgoni, la tenutaria Auntie anche di lodevole qualità vocale, e la decana Rosalind Plowright, la pettegola Mrs. Sedley, ma se la cavano molto bene pure le due brillanti “nipotine” Patricia Westley e Jessica Cale. Completano il cast Sion Goronwy, il tronfio avvocato Swallow, Alex Otterburn, il farmacista e depositario di inconfessabili segreti Ned Keene, Eamonn Mulhall, il compassato reverendo Horace Adams, Cameron Becker, Bob Boles, e Laurence Meikle, Hobson. Dopo qualche impaccio iniziale, anche il Coro del Teatro La Fenice apporta un contributo significativo alla serata e probabilmente destinato a migliorare nelle repliche in programma.

Anche l’Orchestra del Teatro La Fenice non sempre all’altezza di altre prove anche recenti nonostante l’impegno direttoriale di Juraj Valčuha, che sembra preferire i momenti più intimistici e il ricamo strumentale (e qui vanno elogiati specialmente i legni dell’orchestra) più che il grande affresco corale. La qualità musicale comunque non manca ed è salutata con grande calore dal folto pubblico presente alla prima.

 

 

 

 

 

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