La doppia avventura di Barbablù

A Firenze Il castello di Barbablù e La voix humaine, unificati dalla regìa di Claus Guth: operazione discutibile, ma spettacolo di grande impatto e di ottima riuscita musicale

ET

16 marzo 2026 • 4 minuti di lettura

Il castello di Barbablù (Foto Michele Monasta)
Il castello di Barbablù (Foto Michele Monasta)

Firenze Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Il castello di Barbablù - La voix humaine

14/03/2026 - 22/03/2026

Il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino ha da festeggiare il riconoscimento recente della giuria del Premio Abbiati che l’ha premiato per il miglior spettacolo 2025 (Der junge Lord di Henze), e per le presenze in questo teatro del miglior direttore e miglior cantante (Alexander Soddy e Luca Salsi). Un giudizio importante, che conferma il ritorno di questo teatro ai vertici della produzione lirica italiana, e che ha trovato piena conferma nella prima parte di questo spettacolo di cui andiamo a riferire, se non fosse che... ma procediamo con ordine. 

   Ciò che abbiamo visto sabato è in linea con il precedente spettacolo, il dittico Cavalleria-Pagliacci  anzi Pagliacci-Cavalleria con la regìa di Robert Carsen. Anche in questo caso abbiamo un  regista di grande caratura, in questo caso Claus Guth per la prima volta al Teatro del Maggio (qui si tratta di una coproduzione con il Tiroler Festspiele Erl), capace di realizzare uno spettacolo eccellente in sé, ma basato su un presupposto teorico e drammaturgico che riteniamo non condivisibile. In  quel caso, con Carsen, era la costrizione di Cavalleria nei presupposti concettuali e scenici creati da Pagliacci in base all’idea di teatro-nel-teatro. Ma qui si va ben oltre, innestando una storia nell’altra e anzi facendo di Elle, la fragile protagonista della Voix humaine di Poulenc da Cocteau, un’altra  vittima di Barbablù, proprio il Barbablù di Béla Bartók, vittima che poi vittima non è perché alla fine… lasciamo in sospeso, notando però che si tratta di un altro adeguamento al rovesciamento “femminista” tra diecimila virgolette di cui a Firenze abbiamo già visto qualche esempio (qualche  stagione fa con una Carmen che fredda don José a pistolettate),  e che sembra frutto di un clima culturale condizionato dal rifiuto forse post me too di relegare la donna al ruolo di vittima incapace di reazione, cosa che non solo purtroppo contrasta con ciò che accade ancora ogni giorno, ma francamente insospettisce e indispettisce un po’  chi il femminismo storico e vero l’ha vissuto e condiviso. 

   Non troviamo nessun legame fra queste due partiture e queste due storie, tale da giustificare il collegamento e incastro realizzato da Guth. In particolare rifiutiamo che ci sia una qualche possibile sovrapposizione fra la terribile ma tragica e grandiosa figura del Barbablù di  Balàzs – Bartók, e l’interlocutore telefonico invisibile di Elle nella  Voix humaine, che ci immaginiamo ben meno grandioso e più vacuo.  Detto questo, e senza dire altro per rispetto a chi questo  spettacolo lo vedrà in replica, dobbiamo ammettere che si è trattato di una realizzazione eccellente, spesso profondamente coinvolgente, con le scene di Monika Pormale e i costumi di Anna Sofia Tuma che ci restituiscono con suggestiva eleganza una tetra magione da signorotto mitteleuropeo appassionato di caccia, evocando atmosfere alla Sándor Márai e  resuscitando, attraverso una rappresentazione impeccabile ma anche molto toccante, quasi fantasmi di bambole rotte, le vittime precedenti di Barbablù, grazie alle tre ottime figuranti Evie Poaros, Mirjam  Motzke, Gala Gómez Burlet. In questo castello squilla però ogni tanto un telefono, e a questo punto avrete capito perché. Con un gioco abile, in cui gli elementi scenici ruotano, si chiudono, si riaprono, viene poi suggerito l’hotel un po’ desolato da cui chiama Elle in Poulenc, per poi tornare nell’ambiente originale in base all’incastro delle due storie. 

   Da lodare la componente musicale, in particolare la splendida direzione del Barbablù da parte giovane Martin Rajna, ungherese, dal 2023 direttore principale dell’Opera di Budapest, che ha saputo restituire magnificamente l’originalità inconfondibile del linguaggio di  Bartók con quel che di sanguigno e densamente innestato di senso che gli rende giustizia. Di grande spessore vocale e scenico anche il cast, con lo statuario Barbablù di Florian Boesch, l’intensa Judit di Christel Loetzsch e una veterana del ruolo di Elle come Anna Caterina Antonacci. Tutti molto festeggiati alla fine, al pari dell’orchestra che ha fornito un’altra prova eccellente. Però c’era un pubblico tutt’altro che debordante, che infatti, all’ultimo momento, è stato tutto saggiamente concentrato nella cavea di platea. Forse appena inizia una speranza di bella stagione in arrivo il sabato pomeriggio non è la collocazione più azzeccata per una prima.