Il ritorno di Don Chisciotte

Torna a Montepulciano il Don Chisciotte della Mancia di Paisiello-Henze che inaugurò nel 1976 il primo Cantiere Internazionale d’Arte

ET

19 luglio 2026 • 5 minuti di lettura

Don Chisciotte della Mancia. Foto di Irene Trancossi per il 51 Cantiere Internazionale d'arte
Don Chisciotte della Mancia. Foto di Irene Trancossi per il 51 Cantiere Internazionale d'arte

Montepulciano, Teatro Poliziano

Don Chisciotte Paisiello-Henze

18/07/2026 - 19/07/2026

Il 2026 segna il centenario della nascita di Hans Werner Henze, ma anche il cinquantenario del Cantiere fondato dallo stesso Henze, e i 25 anni dell’Accademia di Palazzo Ricci, importante istituzione tedesca di formazione musicale che ha sede a Montepulciano e da sempre è uno dei partner del Cantiere. In questa circostanza ha dato il suo contributo prezioso per la selezione dell’Ensemble Strumentale Ateneo Renano, che in questa riscrittura henziana dell’opera di Giovanni Paisiello su libretto di Giovanni Battista Lorenzi eseguiva la parte musicale di spettanza al piccolo complesso di tredici strumenti,  archi a parti reali, legni, timpani, percussioni, chitarra, mandolino e pianoforte. Ci troviamo in presenza di una tipica trama da dramma giocoso basato sugli intrecci amorosi, fatti di ripicche e contrasti, fra quattro nobili, due donne e due uomini, con il consueto contorno di parti femminili “basse” (una cameriera e un’ostessa) ma affascinanti forse più delle padrone, qualche pennellata di dialettalità napoletana, e insomma le solite storie, in cui però fanno irruzione Don Chisciotte e Sancio Panza a scombinare gli scambi amorosi e a creare il caos anche in situazioni tipiche della vita signorile, come lo sport della caccia e il banchetto; tutto secondo le regole, se non che nel ’76 Henze volle aggiungere, chiamando Giuseppe Di Leva, una parte recitata in cui i doppi attoriali di Don Chisciotte e Sancio Panza riflettono sulla propria natura di caratteri archetipici ed eternati dalla letteratura e dal teatro, e Sancio in particolare assume certi caratteri ragionanti che sono propri del servo del secondo Settecento (Jacques in Diderot, Figaro in Beaumarchais), ma poi è Don Chisciotte a tirare le conclusioni e esprimere la morale della favola, ribadendo la superiorità del sognatore e dell’utopista sulla banalità del reale. 

   Riscrittura, reinvenzione, crediamo non  parodia, tanto per usare e qui confutare questa categoria stravinskijana, che dai tempi del Pulcinella fornisce la chiave di tante operazioni novecentesche della musica antica, ma che in questo caso ci sembra di poter escludere: anzi ci ha colpito la grazia maliosa ma tutt’altro che deformante, piuttosto misteriosamente estraniante,  con cui, soprattutto in certi episodi dedicati ai ruoli femminili, Henze lascia fluttuare certe belle melodie di conio napoletano, però  al di sopra della complessa anche se sempre leggera polifonia da secondo Novecento che Henze ci disegna sotto, e che ci ha veramente colpito per l’alta qualità della scrittura di Henze, che ben conosciamo, ma anche per l’originalità con cui il compositore distribuisce fra i tredici strumenti i ruoli di portatori di melodia, ritmo, accompagnamento e contrappunto. Però, come dicevamo, nella partitura henziana questa è la parte di spettanza del piccolo ensemble, a cui il compositore aggiunge, o contrappone, un certo numero di episodi (anche questi rielaborazioni da Paisiello) affidati ad una banda di paese, collocata nella buca alle spalle dell’ensemble, con l’aperto e voluto contrasto fra la rusticità del sound tipico di una banda di paese e la finezza di esecuzione del giovane ma valente ensemble. 

A non sapere cosa aveva in mente Henze quando creò il Cantiere, ci si chiederebbe  perché il compositore avesse sentito il bisogno di rendere così esplicito questo contrasto fra rifinitura e rusticità. Ma ci è venuto in aiuto il convegno organizzato da Elena Minetti (17 – 18 luglio, Salone di Palazzo Ricci e Sala Consiliare del Palazzo Comunale) in cui soprattutto c’erano relatori come Andrea Zepponi e Carlo Pasquini che, per studio accurato delle fonti o per esserci stati allora, nel 1976, ci hanno fatto capire come Henze avesse in mente un anti-festival contrapposto ai fasti spoletini e salisburghesi, tale da coinvolgere in ogni modo le forze presenti sul posto e anche, forse,  tali da sbeffeggiare certi ideali o pretese di perfezione artistica per un’elite di melomani di alto bordo. Quel primo Don Chisciotte fu in piazza con una complessa macchina scenica realizzata da Giovanni Soccol che occupava tutta la grande piazza su cui affacciano il Duomo e il Palazzo Comunale, questo, invece, è stato nel piccolo Teatro Poliziano, e forse è stata una scelta giusta, perché lo sfondo sociale – per dir così – di Montepulciano che Henze prevedeva e voleva coinvolto nel 1976 non è certamente più lo stesso. 

   Si è comunque trattato di uno spettacolo molto riuscito sotto la sapiente ed esperta guida musicale dell’ottimo Marco Angius, e il non meno felice trattamento registico di Michael Dissmeier, che sono riusciti perfettamente nei loro compiti, il primo anche guidando un cast giovane di cui forse molti non avevano mai affrontato un compito così difficile, il secondo facendo realizzare da tutti una recitazione sciolta, spontanea, ammaliante, in una scena essenziale ma piacevole evocante mulini, giardini e boschetti realizzata da un team di studenti di scenografia coordinato da Lena Newton, Ruth Gross e Hans Diernberger. Anche stavolta come in precedenti occasioni a Montepulciano le luci erano affidate ai giovani del laboratorio di Guido Levi, in questo caso Alberto Montino e Cristian Zucaro. Citiamo per intero per la valentìa con cui hanno assolto al proprio compito i giovani dell’Ensemble Strumentale Ateneo Renano (Laura Bersani, Jiwon Park flauti, Riccardo Bancalà oboe, Marco Ignoti clarinetto, Christian Galasso fagotto, Manuel Kreutz timpani, Merlin Hellenkamp percussioni, Emilian Wagner chitarra, Giacomo Giabelli mandolino, Shuri Soga e Yuna Kim pianoforte, Ioannis Mageiropoulos violino e viola, Miriam Steinhardt violoncello, Baiwang Jin contrabbasso; al pari del doppio cast che si alternava nelle due recite del 18 e 19 al Teatro Poliziano;  per noi che abbiamo presenziato alla prima cin ha colpito in particolare la bravura vocale e maturità musicale del protagonista Nicola Di Filippo (il 19 Geonmuk Lim), ma tutti bravi pur con diverse gradazioni di abilità musuicali e sceniche, la Contessa Emelina Medina Martinez (il 19 Sujin Kim), Carmosina Yewon Lee (il 19 Stefanie Fischer), Cardolella Seoyoung Jang (il 19 Despina Louka), la Duchessa Luzia Ostermann (il 19 Boyoung Lee), Don Calafrone Paolo Mascari (il 19 Hyun Jun Yang), Sancio Panza Biran Ozgur Sariyer (il 19 Jaeyoung Lim), Don Platone Lee Kihyun (il 19 Jongdoo Back), e gli attori Alessandro Zazzaretta e Anello Salvadori che erano i doppi recitanti di Don Chisciotte e Sancio Panza, Successo ottimo, prolungato e calorosissimo.