Il raro ciclo integrale dei Quartetti di Schoenberg

Alla IUC di Roma, nella straordinaria esecuzione del Gringolts Quartet

Gringolts Quartet (Foto Andrea Caramelli e Federico Priori)
Gringolts Quartet (Foto Andrea Caramelli e Federico Priori)
Recensione
classica
Roma, Aula Magna dell’Università “La Sapienza”
Schoenberg, Quartetti
15 Marzo 2022 - 19 Marzo 2022

È diventato raro ascoltare Arnold Schoenberg, almeno in Italia. Si direbbe che una parte delle istituzioni concertistiche e della critica nostrane abbiano lavorato a lungo e con costanza per fare dell’ideatore della dodecafonia uno spauracchio per il pubblico. L’iniziativa della IUC – Istituzione Universitaria dei Concerti di presentare in due concerti l’integrale quartettistica di Arnold Schoenberg è stata dunque molto coraggiosa e altrettanto meritevole. Ed è stata premiata da un pubblico non strabocchevole ma numeroso (è significativo che nel secondo concerto gli spettatori siano aumentati, e non di poco) e ben consapevole di stare ascoltando dei capolavori assoluti della musica del Novecento, che richiedono un ascolto attento e concentrato ma ricompensano ad abundantiam  questo piccolo sforzo. Più che meritati gli applausi sonori e convinti che hanno richiamato più volte sul palcoscenico i membri del Gringolts Quartet (e il soprano Malin Hartelius, che ha partecipato all’esecuzione del Quartetto n. 2). La loro esecuzione di queste musiche di grande difficoltà quanto a intonazione, ritmo ed equilibrio è stata letteralmente stupefacente per precisione impeccabile e assoluta chiarezza. E soprattutto non è stata un’esecuzione algida, meccanica, “geometrica” ma ha colto i valori espressivi di questi quartetti, che alternano momenti drammatici e convulsi ad altri più distesi e talvolta perfino melodici e che vanno eseguiti ed ascoltati come ogni musica e non come dimostrazioni teoriche di nuovi sistemi di composizione.

Prendiamo come esempio il primo dei quartetti eseguiti in quest’occasione, ovvero il Quartetto n. 3 op. 30  del 1927. È un brano che segue integralmente il metodo dodecafonico, quindi le regole dell’armonia tonale sono ormai totalmente saltate, eppure le dissonanze non sono più aspre che in altri autori di quel periodo, anzi s’incontrano spesso intervalli consonanti (in teoria vietati dal metodo dodecafonico), che danno vita a vere e proprie melodie, seppur brevi e fugaci, cosicché si passa da momenti aggrovigliati, aspri e carichi di tensione a momenti di magica sospensione. Sono riconoscibili figure melodiche e ritmiche che hanno una funzione non molto diversa dai temi del periodo classico e che come quelli ritornano, vengono variate e sviluppate, si contrappongono l’una all’altra in modo a volte netto e a volte più sfumato, ricreando la dialettica propria dello stile classico e in particolare di Beethoven, che soprattutto nel genere del quartetto restava un modello imprescindibile. Rimandano a Beethoven - in particolare ai suoi ultimi quartetti - anche il tessuto musicale molto denso e i quattro movimenti che riprendono liberamente la forma classica. Non per caso al momento della prima esecuzione integrale questi quattro quartetti di Schoenberg furono accostati a quattro degli ultimi quartetti beethoveniani.

I più “classici” dei quattro quartetti di Schoenberg sono gli ultimi due, cioè quelli scritti secondo il misterioso, astruso, arido, incomprensibile, temuto, tremendo (così molti se lo immaginano) metodo dodecafonico. I più lontani dai principi classici sono invece i primi due, nonostante siano ancora tonali. Il Quartetto n. 1 in re minore op. 7  del 1905 appare più vicino ai due poemi sinfonici di Schoenberg, Verklärte Nacht  e Pelleas und Melisande,  che ad un quartetto: è infatti in un unico movimento suddiviso in vari episodi e si colloca chiaramente nel solco del postwagnerismo, per le estenuate atmosfere tristaniane e per il cromatismo estremo, che a tratti rende la tonalità poco più di un’ombra sfuggente. Il pubblico dell’Aula Magna dell’Università “La Sapienza” lo ha ascoltato non soltanto con interesse ma con intensa partecipazione emotiva, nonostante l’impegnativa durata di quarantacinque minuti.
Nel Quartetto n. 2 in fa diesi minore op. 10  del 1907-1908 la tonalità non è nemmeno più un’ombra ma un fantasma inafferrabile e questa mancanza di un centro tonale, di una bussola, di un “ubi consistam” crea uno stato d’incertezza, di smarrimento , di ansia, in linea con i testi delle poesie di Stefan George intonate nei due ultimi movimenti di questo quartetto. La prima poesia si conclude con un urlo espressionista che è quasi la trasposizione sonora del celeberrimo quadro di Edvard Münch, mentre l’ultima si conclude in maniera totalmente diversa, con un terso accordo perfetto in pianissimo, disteso su quattro ottave: un accordo di fa diesis, ma maggiore e non minore come è la tonalità d’impianto del quartetto, e questo crea un effetto catartico meraviglioso. E allora si smetta di parlare di astruso tecnicismo della musica di Schoenberg, perché la sua scrittura potrà anche essere complessa, ma l’espressione giunge diretta, forte e profonda al cuore di chiunque l’ascolti senza preconcetti.

Molto altro ci sarebbe da dire su questi quartetti, ma non è questo il luogo.  Non si può però concludere senza ritornare sull’impareggiabile esecuzione che ne ha offerto il Gringolts Quartet. Come è ben noto, il violinista Ilya Gringolts - russo residente in Svizzera - è un grande solista ma dedica parte non indifferente del suo tempo al quartetto da lui fondato insieme ad un’armena, una rumena e un tedesco, che sono tutti musicisti di grande livello, cosicché risolvono senza problemi le enormi difficoltà dei quartetti di Schoenberg e possono concentrarsi sui loro valori espressivi. Che la loro incisione integrale di questi quartetti sia stata premiata con il “Diapson d’or” è un’ulteriore testimonianza della loro eccellenza, che però è così incontestabile che nemmeno ce ne sarebbe bisogno. Nel Quartetto n. 2  ai quattro strumentisti si aggiungeva l’ottimo soprano svedese Malin Hartelius.

 

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