Il Mozart bipolare di Currentzis elettrizza Lucerna 

Il Festival di Lucerna chiude con la trilogia di Mozart-Da Ponte a cura di Teodor Currentzis e musicAeterna e con un concerto mozartiano con Cecilia Bartoli protagonista 

Currentzis a Lucerna (Foto Peter Fischli)
Currentzis a Lucerna (Foto Peter Fischli)
Recensione
classica
Lucerna
Mozart/Currentzis
12 Settembre 2019 - 15 Settembre 2019

Finale con botto mozartiano per l’annuale Festival di Lucerna che dedica i quattro giorni conclusivi della rassegna ai tre capolavori del duo Mozart-Da Ponte, proposti in versione di concerto secondo la locandina ma di fatto in animatissime versioni semisceniche pur se prive di scene, e a un concerto pure mozartiano che con una punta di trionfalismo forse esagerato annunciava la prima volta di Cecilia Bartoli con Teodor Currentzis. Già perché, dopo la sua recente registrazione in CD dei tre capolavori mozartiani, la quattro giorni di Lucerna era tutta consacrata alla nuova stella internazionale del podio, direttore dall’immagine totalmente e orgogliosamente ortogonale all’assorta ieraticità sacrale della tradizione. Sempre più inscindibile compagna di avventure musicali nel segno dell’innovazione, a Lucerna lo seguiva la sua musicAeterna, guidata dall’estroso Konzertmeister Afanasy Chupin e immutata nella formazione in tutti e quattro gli appuntamenti, e lo smagliante e agilissimo coro, inappuntabile in ogni appuntamento. 

Del suo attore feticcio, Clint Eastwood, Sergio Leone diceva: “mi piace perché è un attore che ha solo due espressioni: una con il cappello e una senza cappello.” Currentzis il cappello non lo porta, almeno non quando sale sul podio, ma la definizione potrebbe calzare anche alle sue scelte “bipolari”, in senso ovviamente musicale: le scelte agogiche sono sempre estreme e lo sono già nei primi due movimenti delle ouverture delle tre opere, praticamente un manifesto estetico, o estremamente lento o estremamente rapido. Così sono anche le scelte dinamiche, o sulla soglia dell’impercettibilità oppure il parossismo sonoro. Questa visione estrema da un lato punta certamente a mettere in mostra le straordinarie qualità musicali della sua orchestra, davvero impressionanti per padronanza tecnica anche nelle più folli scorrerie, dall’altro tende a imporsi come affermazione forte di primazia dell’interprete su una presunta fedeltà alle intenzioni del compositore o semplicemente su tradizioni, anche di ascolto, cristallizzate. Se è del tutto evidente che tali intenzioni sono al più argomento di dibattito musicologico, le esibizioni muscolari e ipervitaminiche del Currentzis interprete funzionano sempre e Lucerna non è un’eccezione, vista l’entusiastica risposta da parte del pubblico. 

Considerazioni filosofiche a parte, va detto che il risultato di questa tre giorni più uno mozartiana più di una perplessità la lascia, non certo per la qualità dell’organico orchestrale né tantomento per una scelta di interpreti vocali con parecchie zone d’ombra. È invece per una certa meccanicità nel “metodo Currentzis”, che vien fuori molto chiaramente dal confronto su tempi ravvicinati dei questi tre Mozart legati dal comune librettista ma in realtà molto diversi nel tono e nell’umore. Quando funziona, funziona meravigliosamente ed è davvero capace di produrre emozioni con la bellezza siderale di certi passaggi e il sapiente equilibrio dei piani sonori. 

È sicuramente il caso della folle frenesia impressa alle Nozze di Figaro, prima tappa del viaggio mozartiano, fin dalla travolgente ouverture che mette in immediatamente in mostra tutte le qualità strumentali e il raro affiatamento fra tutte le sezioni dell’ensemble. Il finale del secondo atto con quell’incalzante affastellarsi di sorprese e colpi si scena è addirittura travolgente nelle dinamiche sonore e quello del terzo atto fa respirare la sublime malinconia in quel fandango che accompagna il trascolorare della sera nella notte in cui si scioglieranno tutti gli intrighi. Pazienza se la compagnia non è tutta all’altezza dei due straordinari protagonisti, Figaro e Susanna, che sono Alex Esposito e Olga Kulchynska: hanno entrambi l’aria di divertirsi e divertono molto, riescono addirittura a tenere il passo di Currentzis senza mostrare alcuna sbavatura. Meno riuscite invece le prove di Andrei Bondarenko, un Conte “peso leggero”, e soprattutto di Ekaterina Scherbachenko, una Contessa priva del colore e della gravità che ci si aspetta. Non deludono invece Paula Murrihy, che è un Cherubino spigliato e vitalissimo, e tutti gli altri bravi caratteristi da Daria Telyatnikova, che infonde a Marcellina una grazia crepuscolare, Evgeny Stavinsky (Bartolo), Krystian Adam (Don Basilio), Garry Agadzhanyan (Antonio), Danis Khuzin (Don Curzio) fino a Fanie Antonelou, che aggiunge parecchio pepe alla sua Barbarina. 

Il gioco di Currentzis, invece, funziona molto meno bene nel suo Don Giovanni, esasperato nel tono e nei contrasti, senza che spesso se ne capisca davvero la ragione. Che Currentzis punti all’effetto, lo si intuisce fin dalla bravata, peraltro di scarso effetto, di salire sul podio nel buio più totale e di dare l’attacco praticamente a leggi oscurati (e anche così, l’orchestra è sorprendentemente precisa). Il finale primo è tirato via a una velocità vertiginosa, con il risultato di appiattire tutto e tutti. Stessa sorte tocca pure al sottofinale dalla cena di Don Giovanni (c’è da stupirsi che nessuno si strozzi vista la celerità dei bocconi da gigante!) fino all’arrivo del Commendatore, raramente così poco spaventoso lassù nello spazio destinato al coro e illuminato con discutibili effetti cromatici, e la rapida discesa agli inferi all’inferno del dissoluto. E, ciliegina sulla torta, l’effettone finale: ci si ferma là, come nella ripresa viennese del 1788. Applausi. Poi, come fosse un bis, arriva anche il finale originale praghese con la morale cantato da tutti gli interpreti, Don Giovanni e Commendatore compresi. Vale a pochissimo, crediamo, speculare se tutto ciò corrisponda a una qualche riflessione drammaturgica, fra l’altro di segno marcatamente passatista. L’impressione è che si tratti semplicemente della voglia di stupire, come quando, seguendo l’esortazione del libertino, viene srotolato lo striscione in proscenio “Viva la libertà” attorno al podio e anche Currentzis lo canta (o almeno lo accenna) rivolto al pubblico con un cipiglio che fa pensare piuttosto a uno statement politico. Sarà così? 

Qualche nota dolente va registrata sul piano degli interpreti, che quando non mancano di mezzi – ed è il caso del debolissimo e incolore protagonista Dimitris Tiliakos e del malfermo Commendatore del veterano Robert Lloyd – tendono a strafare come la drammaticamente esagitata Donna Anna di Nadezhda Pavlova, che non difetta certo di mezzi vocali ma è discutibilissima sul piano dello stile. Fortunatamente il resto del cast funziona, benissimo come il Leporello dell’ammiccante e spiritoso Kyle Ketelsen, come la Donna Elvira della drammaticamente intensa (ma senza esagerare nei toni) di Federica Lombardi e come la Zerlina della freschissima Christina Gansch, che gioca a sedurre anche gli orchestrali. Altri funzionano comunque bene come l’elegante Don Ottavio di Kenneth Tarver e il Masetto fin troppo corrucciato di Ruben Drole, giovane basso di mezzi molto promettenti. 

Infine, il gioco di Currentzis può funzionare se si sceglie la chiave giusta, il che, una volta di più, la dice lunga sulla necessità di una solida idea di drammaturgia musicale quando ci si misura con l’opera, anche se (o forse anche di più) in un contesto non compiutamente teatrale. Ora, della trilogia Mozart-Da Ponte, Così fan tutte è probabilmente la più ambigua e a suo modo problematica delle tre. La si può risolvere in molti modi e certamente quello della farsa è pure legittimo, anche se sacrifica il molto altro che si nasconde sotto la superficie di una storia, volendo anche un po’ morbosa, di scambisti per scommessa (a volerla ridurre all’osso). Se si accetta quella chiave, allora questo Così fan tutte funziona tutto alla perfezione: dal ritmo galoppante impresso ancora una volta da Currentzis, alla recitazione sopra le righe di tutti gli interpreti, su cui si impone, ovviamente, la mattatrice Cecilia Bartoli in versione Despina, che da servetta cinica diventa vero e proprio “deus ex machina” della vicenda, non foss’altro perché ha di fronte un azzimato e affettatissimo Konstantin Wolff come Don Alfonso. Decisamente a suo agio nella vocalità comoda di Despina, la Bartoli concede al pubblico più di una variazione “barocchista” nelle sue ariette ma soprattutto mostra una verve scenica che rischia di spiazzare e schiacciare tutti gli altri, meno navigati, compagni di avventura. Anche come Fiordiligi, Nadezhda Pavlova pecca di un eccesso di enfasi drammatica, ancor più stridente qui che in Donna Anna. Specialmente “Come scoglio” suona completamente fuori contesto e in totale distonia con l’azione scenica (stupisce un po’ l’avallo che Currentzis sembra concederle regalandole l’attenzione che si dà alle dive assolute, tanto più in un’opera corale come questa). Più intonati al contesto la Dorabella disegnata con gusto ed eleganza da Paula Murrihy e i due ufficiali che sono Mingjie Lei, un Ferrando dai tratti delicati e dall’emissione talvolta fragile, e Konstantin Suchkov, un Guglielmo di carattere e forse non troppo comodo con i toni della farsa. 

Un discorso a parte merita il concerto mozartiano, che nella prima parte riproponeva, in formato ridotto, la formula già sperimentata da Teodor Currentzis nella Clemenza di Tito vista a Salisburgo un paio di stagioni fa, cioè un intarsio di pezzi sacri mozartiani – il Kyrie in re minore e qualche brano dal Davide penitente – incastonati nel tessuto drammaturgico del Tito ridotta all’ouverture, a una marcia e alle due arie di Sesto. Anche qua brillano l’orchestra musicAeterna e l’ottimo coro, ma brilla un po’ meno la solista Cecilia Bartoli, nonostante l’occhio di bue costantemente puntato su di lei. Inevitabile il confronto con il suo Sesto, cavallo di battaglia di qualche stagione fa: nonostante la freschezza vocale e l’oramai leggendaria agilità, lo strumento vocale si è assottigliato e suona inesorabilmente estraneo a questo repertorio. Impressione ancora più forte nelle due arie di Donna Elvira “Mi tradì quell’alma ingrata” e di Fiordiligi “Fra gli amplessi” impaginati con scarsa fantasia fra le ouverture di Don Giovanni e Così fan tutte nella seconda parte, conclusa l’aria da concerto “Ch’io mi scordi di te” in cui la Bartoli si impone imperiosa soprattutto nelle acrobazie del rondò conclusivo. 

Nonostante le riserve, il metodo Currentis funziona ed elettrizza il pubblico del foltissimo pubblico presente a tutti e quattro appuntamenti del KKL di Lucerna salutati tutti da un autentico trionfo. 

 

 

 

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

classica

Vasti consensi all’Oper Frankfurt per l’opera di Puccini con Asmik Grigorian protagonista e la direzione di Lorenzo Viotti 

classica

A Roma il primo spettacolo del progetto quinquennale RossiniLab dell'Accademia Filarmonica Romana

classica

Una coincidenza porta l’opera di Alessandro Melani a Pisa a pochi giorni di distanza dalle rappresentazioni di Roma, dopo 350 anni