Il guembri-rock dei Bab L’ Bluz 

Il vernissage di Swaken, secondo disco di Yousra Mansour e compagni, alias Bab L’ Bluz

Bab L’ Bluz 
Foto di Alan Poggio
Recensione
world
Jumeaux Jazz Club, Losanna
Bab L’ Bluz
17 Giugno 2024

La stagione inaugurale dello Jumeaux Jazz Club di Losanna si è chiusa con la sudata performance dei Bab L’ Bluz,  a cui non difettano entusiasmo e un pizzico di sana follia.

Quando decidi di firmare per la Real World e dai alla luce un primo disco (Nayda!, 2020) lodato da tanti e premiato da “Songlines”, poi ti tocca pedalare a destra e a manca, fare vita da rockstar anche se non lo sei (ancora). Apparso il 10 maggio, Swaken (gli spiriti che abitano gli esseri umani) ribadisce il concetto che ritmi nordafricani e rock si sposano a meraviglia, però con maggiori e migliori soluzioni rispetto all’esordio.

L’asse gravitazionale della band, il cui nome letteralmente significa “la porta del blues”, insiste su Yousra Mansour, che ci mette una robusta voce melismatica e i suoi liuti, e sul francese Brice Bottin, multistrumentista tuttofare in studio ma dal vivo pressoché votato al solo guembri elettrificato, con l’aggiunta in occasione del tour di Mehdi Yachou (flauto, qraqeb e percussioni) e di un batterista, Nicolas Delaunay, un pelo eccessivamente pestone.  

Originaria del Marocco, Yousra è una frontwoman bellicosa, adatta a dare vivacità allo show e, pur non tirandosela e lasciando da parte gli ammiccamenti, è assai deliziosa quando parte in headbanging con la sua folta chioma riccioluta. Insieme, sa lanciarsi in riffage tecnicamente ineccepibili, esibendosi talvolta in posture che paiono estratte dal catalogo di Jimmy Page. Al quale deve essersi ispirata anche per l’awisha che imbraccia, un artigianale liuto elettrico a doppio manico, con tre corde nella parte superiore e dieci in quella inferiore, che non può non ricordare la celebre Gibson EDS-1275.

In apertura di concerto irrompe istantanea la trance ritmica gnawa di “Wahia Wahia”, rimodulata dall’innesto di suoni della tradizione berbera ahwach e del canto folk beduino aita, in origine un grido di battaglia trasformato dai Bab L’ Bluz in richiamo alla solidarietà. “Zaino” accenna, per il tramite delle liriche d’amore hassani, alla libertà di espressione dell’universo femminile (in Swaken un richiamo costante) e la incornicia con il vigore dello psych-blues. Salto all’indietro per “Ila Mata”, tratto da Nayda!, inno al valore intrinseco delle diversità etniche, nelle parole della Mansour da considerare fonte di mutuo accrescimento e non di conflittualità, argomentazione ripresa in modo ancora più convinto in “Imazighen”, cantata nella lingua dei berberi amazigh, stirpe a cui appartiene la stessa vocalist.

Va via in progressione la successiva “Bangoro”, ancorata a metà fra circolarità trance e riff blues-rock scostanti, per poi cedere il posto a qualche attimo di relativa tranquillità apportato da un’ammaliante melodia ebraico-yemenita, “Hezalli”, composta da Mutahhar Ali Al-Eriyani e unica traccia non firmata dalla band. Subito appresso, “Karma” ritorna a calcare il terreno con passo pesante, benché il flauto di Mehdi Yachou stemperi il finale in senso esoterico.

Alla domanda di Yousra “volete del funk?”, la risposta del pubblico non può che essere “oui!” e così scatta l’ora per l’appunto di “Iwaiwa Funk”, altra fuga negli anni Settanta realizzata con eleganza e senso della misura, traccia che apre la via a un ulteriore giro in ottovolante, “AmmA”, con la voce appassionata della leader costretta a fare gli straordinari, tra alte frequenze e ululati, a partire da una base musicale che guarda oltre confine, in particolare al chaabi algerino. Il testo del brano non necessita di spiegazioni (“Risvegliatevi, donne / alzatevi, donne. / Non sono la metà di un uomo / quel tempo è finito”) e la dedica dal palco nemmeno: “per tutte le donne che si battono per i loro diritti e che continueranno a farlo, in Afghanistan e in Iran come in Europa”.

C’è ancora tempo per istruire e poi far cantare la platea, ormai cotta a puntino, sull’irresistibile metrica di “Waydelel”, anch’essa recuperata da Nayda!, e infine per un lungo bis non meglio identificato che trascina gli astanti in un vortice al limite del parossistico.

Un live di indubbia qualità per i Bab L’ Bluz, centrato su una performance di taglio rockistico, coinvolgente e diretta, anche perché rispetto ai loro album in studio, assai lavorati e curati in fase di post-produzione e quindi difficili da replicare scientificamente sulla scena, i ragazzi sono del tutto consci di dover adottare strategie differenti (“abbiamo adeguato il nostro suono al pubblico dei festival, rendendolo più pesante, più rock, aggiungendo coraggio e fuoco”, hanno scritto sul comunicato stampa).

Avendo tastato la cosa con mano, vi possiamo garantire che le molte sfumature di Swaken perse per strada trovano un bilanciamento nella costante e non ruffiana ricerca della connessione con chi sta sotto il palco. Quindi, se vi capitano a tiro, non perdeteveli.

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