Émile Parisien Quartet, le mutazioni dei vent’anni

Allo Jumeaux Jazz Club di Losanna il quartetto di Émile Parisien in versione elettronica

Parisien (Foto di Sylvain Gripoix)
Foto di Sylvain Gripoix
Recensione
jazz
Jumeaux Jazz Club, Losanna
Émile Parisien Quartet
14 Maggio 2024

Nel bel mezzo di un’articolata tournée europea, per l’Émile Parisien Quartet un paio di date in Svizzera non potevano mancare e obbligatorio era un passaggio al giovanissimo Jumeaux Jazz Club di Losanna, all’ora in cui manca poco alla chiusura di una prima stagione senz’altro positiva sotto molti aspetti (programmazione jazz e world al passo con i tempi, il plus di serate riservate alle jam e ai dj, capacità di intercettare fasce di pubblico diverse, buone risposte dagli artisti transitati sul palco).

Cavallo di razza della scena transalpina, a suo agio dal duo al sestetto come in totale solitudine, Émile Parisien ha la faccia del bravo e quieto ragazzo con gli occhialini, però appena inizia a soffiare nel suo sax soprano si trasforma in un peperino vivace, dalla mimica gestuale accentuata e si vede proprio che la musica gli sgorga dal di dentro, lo scuote tutto e lo mostra a nudo. Con la formula del quartetto si diverte da due decenni pieni, grazie anche al legame consolidato con il pianista Julien Touéry e il contrabbassista Ivan Gélugne, mentre Julien Loutelier (batteria) è arrivato in squadra nel 2019 per Double Screening, a sostituire Sylvain Darrifourcq.

Il giro dei concerti serve soprattutto a promuovere il nuovissimo Let Them Cook, ancora pubblicato dalla ACT, foriero di più di una novità nello stile della formazione, perché finire impaludati nel già detto e sentito dopo i precedenti cinque album era un pericolo reale. Per la verità, il loro è sempre stato un jazz sì comprensibile ed empatico, ma che si sforzava di superare le modalità del post-bop in virtù di un repertorio originale, fondato sul contributo di tutti, restituito con indubbia finezza di dettato e arricchito da spunti e digressioni vigorose, persino ardite.

Sulla scena del Jumeaux Let Them Cook è stato riproposto praticamente per intero, lungo un set privo di pause, denso e concentrato, avviatosi con le cadenze tra il malinconico e l’inquietante di “Pralin” a cui sono state attaccate le sequenze melodiche ritorte e distorte in senso coltraniano di “Nano Fromage”.

Chi non aveva ancora ascoltato il disco si sarà probabilmente sorpreso dall’impiego di un velo di elettronica, artificio mai prima adottato dal quartetto e che tornerà con maggiore intensità nei brani seguenti. È un chiaro tentativo, non sbracato né luccicante né pop, di abbracciare talune sonorità contemporanee, che ha per esito la lieve alterazione, a tratti, del soprano del leader, oppure si giova delle aggiunte ritmiche lanciate da Loutelier. Una mutazione nelle coordinate del gruppo dunque non così radicale, ma che si accoppia a una strutturazione dei brani meno centrata su temi veri e propri e più aperta al vagare non ingessato tra citazioni di forme riconoscibili, poi presto sviate fuori binario.  

Nascono così i sussulti di taglio funk presenti nella parte finale di una nervosa e lesta “Coconut Race”, la metrica che odora di hip hop al rallentatore e conduce alle stasi e alle interruzioni ben calcolate di “Pistache Cowboy”, l’ossessiva e pianificata circolarità di “Tiktik”, generata a partire da un semplice beat a forma di goccia che picchia metodico sempre sullo stesso punto sino a bucare la superficie, la scansione electro sferragliante, dalle tonalità vagamente ferroviarie che emerge nella progressione di “Ve 1999”.

Di concezione più canonica, “Wine Time” (scritta da Julien Touéry) ha però un tiro rimarchevole e le incursioni del pianista e di Parisien si sono fatte notare per via del loro allontanarsi dalla struttura iniziale in direzione di entità sbilenche, dai contorni indefiniti. In generale, rispetto al disco la prova dal vivo a cui abbiamo assistito ha mostrato quanto ampie siano le possibilità evolutive dei brani e come l’elettronica, mai soverchiante e impiegata quale ulteriore strumento per ampliare le possibilità del linguaggio, non abbia incrinato le fondamenta di un quartetto che continua a vivere di sparse malinconie e sfida con coraggio il mainstream sul suo stesso infido terreno.

A giudicare dagli applausi convinti, neppure il pubblico pare essersi adombrato per l’avvento dell’era digitale anche nell’universo dell’Émile Parisien Quartet e quindi tutti a nanna felici e contenti (insomma, abbastanza, per quel che si può di questi tempi).

Se hai letto questa recensione, ti potrebbero interessare anche

jazz

La rassegna You Must Believe In Spring con Steve Lehman Sélébéyone, Mariasole De Pascali Fera e Tell Kujira

jazz

Si chiude l'ottima edizione 2024 del Torino Jazz Festival

jazz

Usato sicuro e un tocco british per il quarantunesimo Cully Jazz