Il debutto a Roma di Mao Fujita
Un interessante e variegato programma (Beethoven, Wagner, Berg, Mendelssohn, Brahms) eseguito con sensibilità e raffinatezza dal ventiseienne pianista giapponese
25 marzo 2026 • 5 minuti di lettura
Aula magna della “Sapienza” Università di Roma
Mao Fujita
21/03/2026 - 21/03/2026Mao Fujita si sta guadagnando grande notorietà e ammirazione in tutto il mondo. Lo si è già potuto apprezzare anche in alcune sale da concerto italiane, poche ma importanti. Ora è stata la IUC (istituzione Universitaria dei Concerti) ad ospitare nell’Aula Magna dell’Università “Sapienza” questo giovane pianista giapponese. Giudicando dall’aspetto sembrerebbe poco più che adolescente, ma cercando in internet si scopre che ha ventisette anni, quindi è effettivamente giovane ma non più giovanissimo. E all’ascolto si rivela interprete già maturo, equilibrato, consapevole, sottile, totalmente alieno dall’esibizionismo e dall’effettismo. Questa acuta sensibilità musicale di Fujita si manifesta grazie alla massima precisione tecnica, che in questo caso non è un fine ma un mezzo. Ovviamente non si è sentita una sola nota sbagliata ma questo è solo il primo gradino. La sua tecnica fa risaltare con nitore e chiarezza assolute ogni nota, ma va ben oltre e soprattutto è in grado di ottenere un’ampia e sorvegliatissima gamma di sottili sfumature di dinamiche e di colori. Anche la pedalizzazione è estremamente controllata e dosata.
Il programma stesso del concerto che sta portando in tournée per il mondo è un biglietto da visita che lascia presupporre maturità e serietà e anche una spiccata personalità. Vi si riconoscono non uno ma tre fili conduttori, che s’intrecciano tra loro. Le due parti del concerto iniziano con le prime Sonate composte dai due giganti che si stagliano all’inizio e alla fine della storia della sonata nell’Ottocento, cioè Beethoven e Brahms. Entrambe queste Sonate erano seguite questa volta da un brano di colui che ha obliterato e dissolto la forma-sonata, ovvero Wagner: dopo Beethoven Fujita ha fatto ascoltare un suo raro “Foglio d’album” e dopo Brahms la ”Morte d’Isotta” da “Tristan und Isolde”. E al centro ha inserito due serie di variazioni: le ben note “Variations sérieuses” di Mendelssohn e le praticamente sconosciute “Dodici variazioni su un tema originale” di Alban Berg. Ogni ascolto era interessante di per sé ed ulteriore interesse veniva aggiunto dal reticolo di rapporti che intercorrevano tra questi brani e tracciavano un succinto e parziale ma stimolante itinerario in quel periodo straordinariamente ricco e stimolante che è stato ed ancora è l’Ottocento musicale.
Fujita non cade nel banale errore di vedere nella Sonata la minore op. 2 n. 1 di di Beethoven, la prima da lui composta, soltanto l’eredità mozartiana, che naturalmente c’è, senza però essere la caratteristica predominante, o al contrario di cercarvi ad ogni costo anticipazioni del Beethoven futuro, che ci sono, ma inevitabilmente sono ancora piuttosto pallide. Individua invece questa Sonata esattamente per quel che è, ovvero l’opera di un giovane genio che esplora il mondo musicale del suo tempo (non solo Mozart ma anche Muzio Clementi) e allo stesso tempo già intravede prospettive nuove, senza sentirsi però pronto a soluzioni così ardite e geniali come quelle che porterà a compimento pochi anni dopo. Tutto questo Fujita lo fa avvertire in modo non scolastico ma vivo, lasciando che la forma chiara ed equilibrata di questa musica scorra naturalmente e parli da sé. I due temi del primo movimento ignorano gli sviluppi e le metamorfosi del Beethoven futuro, ma Fujita dà ad ogni loro ritorno sfumature leggermente ma sensibilmente diverse di dinamica, di colore e di fraseggio, dando così varietà ad una struttura semplice e geometrica. L’Adagio ha una tersa cantabilità da cavatina operistica, il Minuetto ha un’energia, una velocità e una volubilità che presagiscono lo Scherzo, che infatti comincerà a sostituire il minuetto già nelle due successive Sonate dell’op. 2. Infine Fujira suona il movimento finale con velocità e impeto, ma senza forzare l’elegante misura settecentesca.
L’attacco della Sonata in do maggiore op. 1, la prima di Brahms, ci trasporta in un mondo diverso: si apre con un’energia che non si misura in decibel ma nasce, dall’attacco del tasto, dal ritmo e dalla scansione grandiosa del profilo tematico. È un grandioso elemento (o frammento) di un’architettura classica ma subito dopo Fujita fa risaltare il lato romantico di Brahms nel secondo tema malinconico e delicato. in tutta la Sonata questi due aspetti della personalità del giovane compositore si confronteranno. Splendido l'Andante, tratto da una canzone tradizionale tedesca, illuminato da Fujita con una cangiante varietà di colori.
Sia dopo Beethoven che dopo Brahms Fujita ha inserito Wagner. Il primo brano era un “Albumblatt” (Foglio d’album), cioè uno di quei brevi pezzi che i compositori vergavano sull’album di un amico o mecenate, che in questo caso era la principessa Metternich. Ignoravamo che Wagner avesse accondisceso a quest’uso così salottiero. E non è stato un “errore di gioventù”, perché lo scrisse a Parigi nel 1861, quando già aveva finito “Tristan und Isolde” e stata lavorando a “Siegfried”. Wagner non aveva sviluppato un proprio stile pianistico e infatti qui sembra guardare un po’ a Chopin e molto a Liszt, ma la sua personalità emerge inconfondibile nella natura dei temi e nel cromatismo (qui non spinto agli estremi, forse per non urtare i gusti della dedicataria). I wagneriani duri e puri d’un tempo hanno cercato di tenere nascosta questa musica dai risvolti mondani del loro idolo, Fujita invece ci ha fatto scoprire un brano minore quanto a destinazione ma scritto indubbiamente da un grande compositore. Poi ha concluso il concerto con il Wagner “vero”, quello di “Tristano e Isotta” e precisamente della “morte d’amore” di Isotta nell’adattamento pianistico realizzato da Liszt. “Splendida trascrizione che per essere resa adeguatamente richiede una suprema arte del tocco”, potete fidarvi, perché l’ha detto Piero Rattalino. Mi sento in imbarazzo ad accostare le mie parole alle sue, ma direi che Fujita abbia tale suprema arte del tocco: non dello stesso genere di quella di Horowitz, evocato da Rattalino nella riga successiva a quella qui virgolettata, ma vi posso assicurare che ben poche cantanti wagneriane saprebbero cantare altrettanto bene le ultime parole di Isolde.
Resta da dire dei due capitoli dedicati da Fujita alle variazioni. Prima ci ha fatto scoprire un altro pezzo sconosciuto, le “Dodici variazioni su un tema originale” di Alban Berg, scritte nel 1905 a ventitré anni, quando studiava composizione con Schoenberg. Questo saggio scolastico serviva ad impratichirsi in una tecnica fondamentale del mestiere e quindi evita ogni dimostrazione d’originalità. Ma Fujita mette discretamente in luce alcuni piccoli dettagli melodici e armonici (è musica ancora tonale) che rivelano la mano d’un compositore in erba destinatoa diventare un grande. Dopo Berg, Fujita ha eseguito le “Variations sérieuses” di Mendelssohn, eseguendole con l’eleganza unanimemente riconosciuta al loro autore, che però in questo caso si tiene a distanza dalle geniali fantasie del “Sogno d’una notte di mezza estate” e di altri suoi capolavori.
Alla fine di questo concerto a base di musiche nient’affatto popolari, eseguite per di più senza concedere nulla al virtuosismo e all’esteriorità, il pubblico ha applaudito con grande calore, strappando a Fujita due bis. E avrebbe continuato ad applaudire, se il pianista non avesse gentilmente salutato, facendo intendere che il concerto era proprio finito.