Skrjabin, l’integrale delle Sonate

Mariangela Vacatello ha accostato il compositore russo a Chopin, Liszt e Debussy

Mariangela Vacatello (Foto Giuseppe Follacchio)
Mariangela Vacatello (Foto Giuseppe Follacchio)
Recensione
classica
Aula magna della “Sapienza” Università di Roma
Aleksandr Skrjabin
04 Febbraio 2023

La IUC - Istituzione Universitaria dei Concerti di Roma ha presentato nell’Aula Magna della “Sapienza” l’integrale delle Sonate di Aleksandr Skrjabin, proposte da Mariangela Vacatello in tre concerti, sparsi nell’arco di dieci mesi: un bel progetto ottimamente realizzato.

La Vacatello ha scelto di non eseguire le dieci Sonate in ordine cronologico e in ogni concerto ne ha presentate tre o quattro appartenenti a differenti periodi della vita di Skrjabin, per altro piuttosto breve: la prima Sonata è del 1892, l’ultima del 1913. E in ogni concerto ha alternato a Skrjabin un compositore con cui il russo ha più di qualche affinità: Chopin nel primo concerto, Liszt nel secondo, Debussy nel terzo. Quest’idea è stata sicuramente un elemento di ulteriore interesse di questo ciclo skrjabiniano.

Le reminiscenze di Chopin sono chiarissime e perfino lapalissiane nelle prime Sonate di Skrjabin e di questo qualsiasi ascoltatore si accorge. Ma la Vacatello, mettendo nel programma Skrjabin-Chopin sia la prima che l’ultima Sonata del russo, suggerisce che l’influsso di Chopin, sebbene col passare degli anni diventi meno immediatamente evidente, non sia affatto rinnegato nelle ultime Sonate, quando la personalità e l’originalità di Skrjabin si affermano nettamente.

Skrjabin, che era entrato nell’agone musicale come virtuoso del pianoforte prima che come compositore, non poteva restare indifferente nemmeno all’opera di Liszt, che aveva ampliato enormemente le possibilità del pianoforte e ne aveva ricavato un ricchissimo campionario di suoni e colori. Nelle Sonate di Skrjabin sono innumerevoli i passaggi che non sarebbe stato possibile scrivere né eseguire senza la tecnica lisztiana. La Vacatello evidentemente conosce benissimo sia Liszt che Skrjabin, perché nel vastissimo catalogo dell’ungherese e nel poco meno vasto catalogo del russo ha scovato alcuni brani che presentano dei passaggi talmente simili che è difficile non pensare ad una discendenza diretta e li ha eseguiti l’uno dopo l’altro, abbinando la Danza degli gnomi di Liszt alla Sonata n. 7 di Skrjabin e poi Harmonies du soir del primo alla Sonata n. 3 del secondo, avendo cura di mettere in evidenza le somiglianze.

Ovviamente il rapporto di Skrjabin con Chopin e Liszt è a senso unico, perché quando egli cominciò a comporre gli altri due già non erano più in questo mondo, mentre il rapporto con Debussy è meno chiaro, direi anche più ambiguo. È indubbio che esista qualche somiglianza tra loro, per le armonie indefinite, vaporose e instabili e per i timbri iridescenti, così come per i temi brevissimi e il ritmo fatto di impulsi altrettanto brevi, funzionali alla loro musica sempre mutevole. Per fare un esempio, nella Sonata n. 5, dopo le folgoranti battute iniziali s’inserisce a sorpresa un breve episodio Languido che potrebbe essere stato scritto da Debussy. Sicuramente quando Skrjabin ha scritto questa Sonata – era il 1907 – conosceva Debussy ma anche Debussy conosceva a sua volta Skrjabin, che era ben noto nell’Europa occidentale ed era vissuto per diversi mesi a Parigi, prima nel 1895-1896, poi nel 1900 e ancora nel 1907. Chi dei due ha influenzato l’altro? Si direbbe che la Vacatello “faccia il tifo” per Skrjabin: accosta infatti la sua Sonata n. 2 e l’Isle jouyeuse di Debussy, che soprattutto nella parte iniziale hanno indubbiamente qualche punto di contatto, ma la prima fu scritta nel 1897, la seconda sette anni dopo. E come bis esegue dapprima il Preludio op.  9 n. 1 per la mano sinistra di Skrjabin del 1894, poi l’Arabesque n. 2 di Debussy, eseguito per la prima volta proprio nel 1894, che ha armonie, timbri e ritmi meno audaci: si potrebbe paradossalmente dire che a quell’epoca Skrjabin fosse più debussiano di Debussy stesso.

L’ipotesi più attendibile, che rende ancora più interessanti le analogie che si sono venute a creare tra questi due compositori così importanti negli anni cruciali intorno al 1900, è che abbiano seguito percorsi che talvolta si sfiorarono ma erano totalmente autonomi. Eppure è suggestivo pensare che entrambi abbiano talvolta dato uno sguardo a ciò che stava creando l’altro.

I meriti di Mariangela Vacatello certamente non si esauriscono nell’aver eseguito l’intero ciclo delle Sonate di Skrjabin, che figurano troppo raramente nei programmi dei concerti, né nell’aver proposto degli interessantissimi accostamenti ad altri compositori, che hanno aiutato a capire o a cercare di capire il ruolo di Skrjabin nel passaggio dal diciannovesimo al ventesimo secolo. Soprattutto ha suonato splendidamente la musica sia del russo che degli altri tre. La sua tecnica è formidabile: questo, per esser chiari, non significa che suona tutto con forza micidiale come quei giovani leoni della tastiera che la Russia e la Cina producono in serie. Lei non è così, non le manca la forza ma la unisce alla leggerezza e dà chiarezza anche ai passaggi più intricati e complessi, calibrando ogni nota con precisione assoluta. Talvolta lascia a bocca aperta per il suo virtuosismo - nel finale della Sonata n. 5, per fare un solo esempio - ma non lo fa per esibizionismo bensì per ragioni puramente musicali: è chiaro che ha studiato bene questa musica, la conosce e la ama e si mette al suo servizio e non viceversa. Quest’ottima pianista ha il solo “difetto” di non essere mai plateale e di non scegliere programmi molto popolari. Infatti il pubblico non era foltissimo, però ha manifestato la sua opinione con caldi applausi, molti “brava!” e richieste di bis.

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