Il cuore di tenebra del “Tell” di Michieletto

Il Covent Garden in diretta in un cinema di Francoforte

Recensione
classica
Cronaca di un pomeriggio d’estate passato al fresco condizionato di una sala cinematografica. Ossia, come il grand opéra può dare sollievo dall’ondata di calore che ha investito la Mitteleuropa. Al cinema Astor di Francoforte è in programma la diretta della terza recita del “Guillaume Tell” da Londra. Di solito le proiezioni degli spettacoli del Metropolitan fanno il pienone da queste parti, ma non è il caso per questo “Tell”: di sicuro il bel tempo non aiuta, ma anche l’assenza di star operistiche e forse un titolo non proprio frequentissimo sulle scene tedesche nonostante le radici schilleriane. Molti spettatori hanno letto del trambusto che questo spettacolo ha provocato alla prima, ma non sembrano preoccuparsene più di tanto. Di questo “Tell” si è detto e soprattutto scritto che è lo spettacolo più contestato alla Royal Opera House (o ROH come usa dire oggi) a memoria d’uomo. Ma in Germania decenni di “Regietheater” spesso estremo hanno assuefatto allo scandalo e, semmai, c’è un po’ di divertita curiosità. Un’anziana signora commenta di come preferisca le regie della ROH a quelle del Metropolitan, che lei definische “altmodisch”, obsolete. Reazione del pubblico a parte, anche la critica inglese ci ha dato dentro niente male parlando quasi esclusivamente dell’oltraggiosa scena di violenza sessuale del terzo atto inflitta dai soldati asburgici a una donna svizzera. Del resto si è parlato pochissimo, compreso dell’esecuzione musicale guidata da Antonio Pappano con lo stesso trio di protagonisti (Gerald Finley, Malin Byström e John Osborn) della trionfale edizione concertante sentita a Roma qualche anno fa.

Buio in sala. La proiezione comincia. Dopo qualche parola di benvenuto, la presentatrice della diretta dalla ROH si preoccupa immediatamente di informare il pubblico che il terzo atto contiene scene di nudità e violenza che possono disturbare un pubblico sensibile. Ci risiamo. E più tardi ci torna anche il direttore generale Kasper Holten nella breve intervista nell’intervallo fra il primo e secondo atto, sottolineando come il teatro abbia a cuore le contestazioni legittime di una parte del pubblico alla prima ma difendendo le intenzioni del regista Damiano Michieletto di attualizzare la lettura dell’opera di Rossini, inevitabilmente aggiornando anche la visione della guerra, tutt’altro che un affare da ragazzini. Più o meno lo stesso che ha scritto nella lettera inviata ai possessori di biglietti per una delle rappresentazioni in programma al ROH (“la scena in questione non è gratuita ma è fondata nel libretto dell’opera e nel contesto dell’azione.”). Entra Pappano e dà l’attacco. Suono levigato, ottimo assolo del violoncello. Sulle note della celebre fanfara, si vede Jemmy (l’esuberante Sofia Fomina) che gioca con i soldatini e le colorate immagini di William Tell a fumetti proiettate sul tulle che nasconde la scena. “Quel jour serein le ciel présage” apre su un paesaggio tutt’altro che bucolico: una distesa di terra scura come bruciata, fredde luci al neon e il popolo svizzero è immobile attorno a dei tavoli. La guerra non si vede ma incombe. La prima immagine anticipa l’intenzione del regista e del suo scenografo Paolo Fantin di non concedere nulla all’iconografia tradizionale di una bucolica Elvezia. Insomma, siamo agli antipodi dell’opulenza iconografica del vecchio spettacolo scaligero di Luca Ronconi e del suo tripudio di ruscelli e cime innevate. In compenso, l’essenzialità del contenitore scenico è movimentata dai quadretti familiari di Tell e consorte che si beccano sul figliolo Jemmy, fin troppo vivace. Il segno molto marcato come in molte regie di scuola tedesca spinge verso una chiave di lettura decisa, che è implicita nel testo di De Jouy e Bis e ancor più sublimata nella musica rossiniana. Anche il quadretto del pescatore che “chante son ivresse, ses plaisirs, sa maîtresse” è uno spavaldo alcolista che si aggiunge al degrado del contesto. Il dissidio amore di donna/amore di patria in Arnold è marcatamente destabilizzante come il suo conflitto con il tremendo padre Melchtal (Eric Halfvarson). Insomma, non c’è (quasi) niente che non sia nel testo, ma quel che si vede è il lato oscuro. Il “Tell” di Michieletto ha un cuore di tenebra.

Come a Roma, anche a Londra Pappano ha optato per la versione integrale (salvo qualche taglio modesto). Per le danze festose per gli sponsali, non ci sono ballerini ma un altro quadretto familiare: stavolta è la lezione di tiro con l’arco di Tell al figlio. Un momento di leggerezza domestica prima che il tono cambi decisamente e l’arrivo delle truppe asburgiche sia annunciato dall’apparizione di un Leuthold letteralmente coperto di sangue. La tensione sale in scena come in buca, con Pappano abilissimo nel far crescere lentamente la temperie drammatica prima del grande finale che chiude l’atto. Ancora una volta, Michieletto opta per un finale shock, ispirato ai nostri orrori quotidiani: la soldataglia armata di kalashnikov mette una pistola in mano a un bambino svizzero e lo incita a sparare al vecchio Melchtal. Chi spara, vigliaccamente, è però l’infame Rodolphe. Fine primo atto. Nessuna contestazione né al Londra da quanto si riesce a cogliere né nella sala, nonostante l’immagine forte che è davvero molto vicina all’estetica con quel tripudio di pistole e mitra su sfondo di divise militari, il sangue generosamente esibito, la fisicità pretesa dagli interpreti. L’apprezzamento va soprattutto a Pappano e a Osborn.

Il secondo atto si apre non sulle alture del Rütli e il lago dei Quattro Cantoni ma con l’immagine del grande tronco d’albero sradicato e della sua ombra sul fondale prodotta dalle luci basse e di taglio che danno una nota notturna praticamente a tutto lo spettacolo. La “sombre forêt” di Mathilde è questa. Malin Byström è forse troppo aristocratica per riuscire a scaldare il pubblico. La temperatura si alza solo quando entra il tormentato Osborn per il duetto e soprattutto la chiusa di “Dans celle que j’aime”. Segno tangibile di un tradimento la divisa da ufficiale asburgico che Mathilde consegna a Arnold, che la indossa. Segue la scena del giuramento con pentimento di Arnold e la sua adesione alla causa svizzera con un tripudio di torsi nudi dei congiurati spalmati di terra e sangue a suggellare il patto fra cantoni. Musicalmente è forse uno dei momenti più intensi dell’intero spettacolo. Qualche spettatore in sala vince l’imbarazzo e fa partire l’applauso.

E si arriva al famigerato terzo atto. Dopo le interviste agli artisti del coro (superlativo), l’annunciatrice ripete ancora una volta ciò che il sensibile spettatore deve aspettarsi: nudità e violenza. Come nel secondo atto, è il grande tronco d’albero a occupare interamente la scena, anche per la scena di apertura. L’“Adieu, Mathilde, adieu, c’est pour toujours!” di un Osborn sempre più carico – e che dà qualche misura alla Byström – si consuma fra due poltroncine illuminate da un elegante abat-jour sulla nuda terra. Il girevole porta verso il proscenio una grande tavola imbandita attorno alla quale siedono gli ufficiali asburgici con Gessler (Nicolas Courjal di bell’apetto ma un po’ stimbrato). Gli svizzeri sono quasi nascosti fra i rami dell’albero. Anche qui niente balletto ma si anticipa la scena del ratto della giovane vittima, debitamente innaffiata di champagne e quindi denudata, consumato sulle note della marcia dei soldati. L’accorta ripresa della regia televisiva nasconde quel che succede sul tavolo degli ufficiali. La ragazza fugge sconvolta, coperta dalla sola tovaglia, mentre nessuna reazione si percepisce fra il pubblico in sala o in quello londinese. Scelta discutibile? Forse. In fondo il libretto prescrive che “alcuni soldati costringono donne svizzere a ballare con loro”, ossia una violenza, per quanto implicita, c’è. E di certo la soluzione di Michieletto è anche più efficace sul piano drammaturgico – sicuramente più che prostrarsi davanti al trofeo d’armi – per spiegare lo scoppio d’ira del finora riluttante Tell, che finalmente decide di prendere in mano le sorti del suo popolo e di guidare la rivolta contro gli Asburgo per la gioia del figlio Jemmy. Il padre si trasforma nell’eroe del fumetto. Preceduta dal celebre “Sois immobile” porto con dall’accorata sensibilità dall’ottimo Finley accompagnato da un impeccabile solo del violoncello, l’imprescindibile scena della mela in cui il vero Tell colpisce il bersaglio e idealmente si congiunge al suo simulacro epico. Il mito è nato. E ancora una volta Pappano trascina tutti verso un travolgente e altamente drammatico finale terzo che si chiude con la solenne maledizione degli svizzeri al governatore Gessler (“Anathème à Gessler!”) e l’esaltazione delle sue truppe (“Vive, vive Gessler!”). Purtroppo la concitazione un po’ confusa della scena smorza l’enfasi del momento.

Breve cambio di scena e si piomba nella notte, quella affollata di incubi di Arnold nel suo letto. Michieletto qui vira sull’onirico (per non dire psicoanalitico), probabilmente per asciugare l’inevitabile retorica melodrammatica della grande scena del tenore. Il registro visuale non muta, con ancora le luci di taglio che allungano le ombre del grande tronco, ma i movimenti rallentati dei confederati (con trionfo di canotte sudicie) e l’apparizione del fantasma edipico – per la verità un po’ troppo “materiale” – di babbo Melchtal non sembrano funzionare perfettamente. Osborn ha comunque il suo grande momento, già molto applaudito dopo “Asile héréditaire” e trionfante dopo la chiusa di “Amis, amis, secondez ma vengeance” risolta con grande slancio e la sicurezza di una tecnica vocale impeccabile. Pioggia di applausi dal pubblico londinese ma molti applausi anche in sala. E siamo al gran finale, preceduto dal delizioso terzetto di Hedwige (la brava Enkelejda Shkosa), Mathilde e Jemmy con preghiera finale alla Provvidenza di tutte le donne (“Toi, qui du faible es l’espérance”). Sullo schermo vengono proiettati alcuni tweet, di apprezzamento soprattutto per la Fomina, vera sorpresa di questa produzione che dà così tanto rilievo al suo personaggio. Niente laghi né tempesta per Tell che, balzando sul tronco, si libera rapidamente dall’oppressore Gessler piantandogli una freccia nel cuore. Al “Tout change et grandit en ces lieux” di Tell il grande tronco comincia a sollevarsi, tutti in proscenio per il gran finale, mentre la tenebra si dissolve e una luce calda illumina le bianche pareti. Sull’apoteosi di “Liberté, redescends des cieux, et que ton règne recommence!” un bambino senza abiti avanza sul proscenio e pianta una piccola pianta, come dire che la speranza, come la vita, ricomincia. Scorrono ancora tweet con elogi per tutti (eccellente lavoro dell’ufficio stampa!) ma soprattutto per Pappano, Osborn e Finley.

Nessun apprezzamento per il team tecnico liquidato con eccessiva durezza. È vero che lo spettacolo soffre soprattutto del limite delle regie “di concetto”, ossia di offrire allo spettatore una chiave di lettura a senso unico, che necessariamente appiattisce la complessità e le sfaccettature dell’opera. E tanto più ne soffre quanto più costruisce una drammaturgia organica a un genere, quello del grand opéra, per sua natura disorganico e funzionale più alle convenzioni dell’industria dell’entertaiment del periodo. Va comunque apprezzato il coraggio di Michieletto e degli altri nell’aver comunque proposto una lettura non scontata e a suo modo coerente assumendosi tutti i rischi dell’impresa. Scorrono i titoli sullo schermo, gli applausi si dissolvono, mentre in sala le luci si accendono e il pubblico si avvia verso l’uscita. Appagata, l’anziana signora commenta “Großartig!”.

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