Hank Roberts, il nuovo trio al Torrione

Il recente progetto del violoncellista americano con Aruàn Ortiz e Matt Wilson a Ferrara

Hank Roberts Trio
Foto di Massimo Serena Monghini
Recensione
jazz
Ferrara, Torrione Jazz Club
Hank Roberts Trio
01 Aprile 2023

Un nuovo capitolo nella carriera del sessantanovenne violoncellista dell’Indiana: Hank Roberts è sempre stato un curioso e disponibile ricercatore di situazioni sonore, a cominciare dai suoi folgoranti esordi negli anni Ottanta al fianco di Bill Frisell e Tim Berne o come membro dell’Arcado String Trio assieme ai favolosi Mark Feldman e Mark Dresser, fino a giungere a costituire in anni recenti il quintetto Pipe Dream, affiancato dai validissimi italiani Giorgio Pacorig, Filippo Vignato, Pasquale Mirra e Zeno De Rossi. Gruppo quest’ultimo del quale pochi mesi fa è stato edito il secondo cd e che ha fatto tappa anche nell’attivo jazz club ferrarese.

Ancora una volta al Torrione, alla testa del nuovo trio, con i congeniali Aruàn Ortiz al pianoforte e Matt Wilson alla batteria, Roberts si è confermato un indefesso esploratore di un sincretismo musicale che, partendo dal suo strumento elettrificato, coniuga folk, jazz, rock ed altro ancora.

La formazione è recentissima, avendo mosso i primi passi in febbraio: dopo aver esordito per un paio di date a New York, è iniziata subito la programmazione del tour europeo che ha fatto tappa anche a Ferrara, offrendoci l’opportunità di assistere al divenire e alla messa a punto di questo nuovo progetto musicale. Anche se il leader non vantava una significativa frequentazione con nessuno dei due partner, ha trovato con essi la giusta sintonia, tanto che il trio risulta già ottimamente assortito e sufficientemente coeso per sensibilità tecnico-espressiva, per un approccio comunicativo deciso e convinto, ma anche elegante, senza cadere in un’estroversione ammiccante, sopra le righe e tantomeno in una routine collaudata e fiaccante.

Gli original, tutti di Roberts, comprovano l’esigenza di coagulare e intrecciare vari generi musicali; in primis, come si è già detto, jazz e folk statunitense ai quali una matrice colta conferisce una dimensione cameristica dinamica e ben articolata, mai paludata o antiquata. Ma a Ferrara si sono potute rilevare anche altre influenze, soprattutto un certo orientalismo portatore di raffinati puntillismi, di lente e pacate decantazioni o di poliritmie scandite con grande efficacia. Si è così assistito a un continuo passaggio e a una compenetrazione fra la parte compositiva, di basilare importanza con le sue linee melodiche dilatate e complesse, a volte dall’andamento obliquo e sornione, mai di facile effetto, e i conseguenti sviluppi improvvisativi, partecipati e vibranti da parte dell’intero collettivo, dando di volta in volta visibilità al contributo dei singoli.

Il violoncello di Roberts ha esposto un’ottima intonazione e un sound limpido, screziato da languidi glissando, pur senza ricorrere a un ampio vibrato, dando corpo a un fraseggio sinuoso, dalle inflessioni ora popolaresche ora colte, a tratti ravvivato da improvvisi sussulti dinamici.

Il pianismo del cubano Ortiz è emerso in grande evidenza per l’eleganza di un andamento austero e ponderato, elaborato con istantanea sintonia rispetto agli input, espliciti o latenti, del leader. Anche il sostegno ritmico della batteria di Matt Wilson ha dimostrato una classe squisita, pertinente alle diverse conduzioni dei brani, anche se non ai livelli della scatenata, variata fantasia improvvisativa esercitata in altri contesti (penso in particolare allo strepitoso Trio M, completato da Myra Melford e Mark Dresser).

Se si considera che si tratta di una formazione ai suoi esordi, è facile immaginare che l’ulteriore rodaggio dovuto a un’attività continuativa potrà giovare all’affiatamento del trio, consolidando e fluidificando le dinamiche, gli automatismi, le variazioni dei suoi meccanismi interpretativi.    

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