Gli uccelli in rivolta nell’open space

L’opera Die Vögel di Walter Braunfels per la prima volta in Francia in un allestimento dell’Opéra national du Rhin, visibile in streaming su Arte in italiano

Die Vögel (Foto Klara Beck)
Die Vögel (Foto Klara Beck)
Recensione
classica
Strasburgo, Opéra national du Rhin
Die Vögel
19 Gennaio 2022 - 22 Febbraio 2022

Come molti altri capolavori degli anni che precedettero l’avvento del nazismo, anche Die Vögel condivide l’ingiusta condanna all’oblio a causa del bando imposto ai lavori di compositori di sangue non ariano come il suo autore Walter Braunfels. Che fosse un capolavoro, lo comprese già Bruno Walter, direttore d’orchestra della prima assoluta a Monaco di Baviera nel 1920, e lo confermano le oltre 50 repliche a seguire e i numerosi altri allestimenti nei paesi di lingua tedesca, fra i quali uno a Colonia diretto da Otto Klemperer. Nel 1933 seguì il silenzio, interrotto soltanto nell’ultimo decennio del secolo scorso con qualche apparizione sui palcoscenici tedeschi prima e soprattutto la fondamentale registrazione diretta da Lothar Zagrosek per l’etichetta Decca nell’ambito della fortunata collana “Entartete Musik”. A partire dal 2000, l’opera di Braunfels ha anche superato i confini patri con allestimenti in diversi paesi, fra i quali anche l’Italia, dove l’opera è stata presentata al Teatro Lirico di Cagliari nel 2007 con la direzione di Roberto Abbado e la regia di Giancarlo Cobelli, e ora anche in Francia, all’Opéra du Rhin di Strasburgo in un nuovo allestimento diffuso in streaming da Arte in italiano.

La vicenda dei due amici Sperabene e Fidoamico (Hoffegut e Ratefreund nell’originale), che convincono gli uccelli a costruire una fortezza fra le nuvole per affrancarsi dal controllo degli uomini sulla terra e soprattutto degli dei nei cieli, prende ispirazione dall’omonima commedia di Aristofane. Braunfels, anche autore del libretto, rovescia però il finale di Aristofane con il ripristino dell’ordine naturale imposto da Zeus, che scatenando una violenta tempesta distrugge la città degli uccelli e ne sancisce la sottomissione all’autorità divina. Priva del tutto del sarcasmo presente in Aristofane, l’opera trova i suoi momenti più ispirati nell’esaltazione poetica della natura, nei confronti della quale si avverte un senso religioso di gratitudine. Purtroppo la natura è del tutto assente nella produzione firmata da Ted Huffman per l’Opéra national du Rhin (disponibile in streaming nella piattaforma di Arte in italiano:): la scena di Andrew Lieberman ricostruisce un impersonale “open space” abitato da impiegati annoiatissimi e un po’ discoli che si lanciano aeroplanini e si combattono a colpi di palline di carta. La batteria delle scrivanie è sconvolta dalla rivolta degli impiegati/uccelli, che trasformano il loro ordinato paesaggio impiegatizio in una giungla di disordinato mobilio e fronde cartacee da tritadocumenti. L’insensata rivolta (nessuno lascia comunque l’ufficio) finisce quando, ignorato l’ammonimento di un Prometeo addetto alle pulizie, la furia del capufficio Zeus rimette tutti in riga. Come sempre accade in queste regie “a concetto”, ciò che importa è far tornare i conti con un’idea che ha poco a che vedere con l’intenzione originale più che a curare i dettagli. Ne fa ovviamente le spese la dimensione allegorica, qui svilita a banale rivolta di impiegati annoiati, e lo spessore poetico del libretto, che investe soprattutto il personaggio di Sperabene, il più sensibile al richiamo della natura e protagonista dell’incantevole idillio con l’usignolo all’inizio del secondo atto. Non aiutano nemmeno troppo le convulse coreografie, vagamente ornitologiche, di Pim Veulings, protagoniste assolute della lunga parentesi puramente musicale del secondo atto, sostanzialmente estranee al tessuto drammaturgico dell’opera.

Fortunatamente le cose vanno molto meglio sul piano musicale grazie a un ottimo cast vocale e alla solida direzione musicale. Vero protagonista dell’opera è l’usignolo, che con il suo canto fiorito apre e chiude l’opera: Marie-Eve Munger firma una prova notevole grazie alle solidità e precisione tecnica che le consentono di superare con successo le complesse colorature del ruolo. Fra i due amici, il tenore Tuomas Katajala come Sperabene si impone per l’accattivante vena lirica, mentre Cody Quattlebaum come Fidoamico funziona soprattutto per la disinvoltura sulla scena. Di incisiva presenza scenica e vocale è il Prometeo di Josef Wagner, così come l’upupa un po’ stralunata ma di classe di Christoph Pohl, l’aquila di Antoin Herrera-López Kessel e il delizioso scricciolo disegnato con grazia da Julie Goussot. Nonostante le mascherine e le non agevoli condizioni, notevole è l’apporto del Coro dell'Opéra national du Rhin ottimamente preparato da Alessandro Zuppardo.
A governare con mano sicura la complessa macchina musicale è Aziz Shokhakimov, giovane direttore uzbeco di fresca nomina all’Orchestre philharmonique de Strasbourg, che sotto la sua guida firma un’esecuzione di grande spessore per opulenza e bellezza di suono. Anche a Strasburgo si è registrato un successo, che, una volta di più, fa sperare in un recupero più duraturo di un autentico capolavoro troppo a lungo dimenticato.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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