Gli specchi dell’Iphigénie di Warlikowski 

Ripreso a Stoccarda lo storico allestimento parigino della Iphigénie en Tauride di Gluck del regista polacco 

Iphigénie en Tauride
Iphigénie en Tauride
Recensione
classica
Stuttgart, Opernhaus,
Iphigénie en Tauride
28 Aprile 2019 - 30 Maggio 2019

È stato il suo primo spettacolo all’Opéra di Parigi e quello che l’ha consacrato sulla scena europea. L’Iphigénie en Tauride di Krzysztof Warlikowski, spettacolo creato nel 2006 per volontà di Gérard Mortier, arriva tredici anni dopo sulla scena della Staatsoper di Stoccarda con il crisma del classico, nonostante molti liquidatori giudizi di “provocazione gratuita” alla nascita. Certo, manca la composta e algida monumentalità del Gluck tramandato da una certa tradizione, ormai tramontata quasi dovunque. Il regista polacco punta piuttosto all’essenza dei miti fondanti della nostra cultura con riflessi psicoanalitici, pur senza calcare troppo la mano (ma è imprescindibile il sentore di incesto nella rappresentazione della sanguinaria violenza fra l’Oreste nudo e la madre Clitennestra così come quella più tenera fra l’Oreste prostrato e la sorella Ifigenia) e scavando nel profondo dell’essenza umana dei personaggi. Nella visione del regista, Ifigenia è ritratta al crepuscolo del proprio percorso esistenziale, rinchiusa in ospizio, creatura tormentata fra la demente indifferenza delle altre anziane recluse. La cattura di Oreste e dell’amico Pilade, la loro condanna al crudele sacrificio divino e il riscatto finale si svolge sul filo del ricordo o forse del delirio di una donna prossima al capolinea. La scena di Małgorzata Szczęśniak, ispirata a un realismo brutale, attraverso le abituali proiezioni video (di Denis Guéguin) e soprattutto l’abile gioco di superfici specchianti, è decomposta come attraverso un prisma della memoria in frammenti di immagini dei tragici fantasmi della casa degli Atridi. Presente e passato si incrociano così come si incrociano realtà e mito in questa lettura moderna ma “aperta”, che a distanza di anni mantiene intatta la sua forza evocativa. 

Il gioco di specchi rompe simbolicamente la quarta parete e proietta la sala e il suo pubblico ma anche la musica, cioè l’orchestra e il suo direttore, nell’illusione scenica, creando quasi un unicum metateatrale che forma un legame ideale con l’estetica gluckiana. In questo senso la musica non è affatto sottomessa alle ragioni della scena, come accade molto spesso nelle produzioni dal forte segno autorale, ma ne è parte integrante. Del resto è forte anche il segno direttoriale impresso a questa Iphigénie da Stefano Montanari, che impiega la saggezza del barocchista esperto per un’esecuzione misuratissima negli effetti ma di forte temperie tragica, forse appena meno incisiva nei lunghi recitativi. Il suono che ottiene dalla Staatsorchester di Stoccarda è pulito e agile, fulminante nelle improvvise strette e nei penetranti interventi con il Coro della Staatsoper in buca accanto agli strumenti. Di rilievo anche le prove dei tre protagonisti, malgrado una certa estraneità allo stile francese (nonché una pronuncia non davvero immacolata). Più che il tormentato ritratto di Ifigenia realizzato sulla scena da Amanda Majeski (e dalla sua controfigura senile Renate Jett) e le ottime qualità vocali dell’Oreste di Jarrett Ott, si impone la limpida linea espressiva del Pilade di Elmar Gilbertsson. Fra i ruoli minori, emerge la ruvida animalità del Thoas di Gezim Myshketa

Pubblico nutrito e attento. Caldi applausi. 

 

 

 

 

 

 

 

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