Gatti: maratona Beethoven

Roma: con l'Accademia Nazionale di Santa Cecilia

Daniele Gatti (Foto MUSA)
Daniele Gatti (Foto MUSA)
Recensione
classica
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia
Integrale delle sinfonie di Beethoven
18 Giugno 2024 - 27 Giugno 2024

A Roma Daniele Gatti sta eseguendo in meno di due settimane con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia il ciclo completo delle sinfonie di Beethoven, simile ma diverso da quello che sta realizzando nel corso di due anni a Milano e altre città con l’Orchestra Mozart. A Roma le date ravvicinate fanno presupporre prove molto concentrate, forse anche esigue, ma il risultato è splendido, non soltanto per la precisione puramente meccanica (ad essere pignoli alcune lievissime sbavature ci sono state, ma si potevano contare sulle dita della mano) ma anche e soprattutto per lo scavo delle partiture, gli equilibri tra le varie sezioni, la cura delle dinamiche, il rilievo dei dettagli, il respiro delle frasi, l’arco complessivo di ogni singolo movimento, l’individuazione dei caratteri specifici di ogni sinfonia. Evidentemente questo è stato possibile perché Gatti ha iniziato le prove sapendo perfettamente quel che voleva e come ottenerlo. Lo si capiva anche perché non una sola battuta era eseguita “perché si fa sempre così”, ma tutto, anche i minimi dettagli, era attentamente pensato ex novo e realizzato all’interno di una visione d’insieme perfettamente coerente, convincente e spesso rivelatrice. È stata un’interpretazione molto oggettiva, perché basata sull’approfondimento senza preconcetti di queste stranote partiture, che però paradossalmente è diventata personale, diversa da tutte quelle in cui l’ego del direttore ha un ruolo di primo piano.

Ne hanno fornito prove ad abundantiam i primi due concerti, in cui si sono ascoltate le prime cinque sinfonie, in ordine quasi cronologico, con un piccolo aggiustamento dovuto probabilmente alla necessità di rientrare nella durata usuale di un concerto. Si iniziava dunque con la Sinfonia n. 1, sempre considerata mozartiana e haydniana, come se questo fosse un limite e non un elogio enorme per un giovane: di conseguenza spesso si cerca di riscattarla dal suo settecentismo e di “beethovenizzarla”, attribuendole modi bruschi, ritmi marziali ed esplosioni in fortissimo, che stonano in questa sinfonia giovanile, scritta sulla scia dei due grandi predecessori, ma senza imitarli (semmai è la Sinfonia n. 104 di Haydn, scritta appena cinque anni prima, a sembrare paradossalmente beethoveniana, soprattutto se la si ascolta nell’interpretazione di Furtwängler) a anzi dimostrando di essere un compositore geniale, seppure ancora in nuce. Quindi sarebbe vano cercare qui gli eroismi delle dediche a Napoleone poi furiosamente stracciate o i titanismi dei destini che bussano alla porta. Con tempi distesi e dinamiche contenute e dando accuratamente il giusto rilievo ad ogni dettaglio, Gatti mette qui in evidenza le idee originali, inventive, perfino godibili e gustose del giovane Ludwig.

Questa moderazione nei tempi e nelle dinamiche non è un partito preso di Gatti, perchè nella Sinfonia n. 2 molte cose cambiano e si comincia ad avvertire chiaramente e inconfondibilmente la personalità di Beethoven. I tempi sono velocissimi e le dinamiche esuberanti - senza che questo vada minimamente a discapito dei principi classici di equilibrio - perché in questa sinfonia, superata la timidezza dell’esordiente, la creatività del giovane Beethoven esplode e si manifesta con un’energia non drammatica ma gioiosa, che inanella idee originali fin dall’introduzione lenta, così diversa da quelle di Haydn.

La definizione “Sinfonia grande” data da Beethoven alla Terza giustifica anzi richiede la scelta di un organico notevolmente più ampio che nelle sinfonia precedenti – vero è che alla prima del 1804 gli strumentisti erano poco più di  trenta ma la sala era molto più piccola dell’auditorium romano - e ciò non si traduce in toni magniloquenti e retorici. Per Beethoven il vero eroe non è Bonaparte vittorioso sui campi di battaglia, che si autoproclama imperatore, ma chi sacrifica se stesso per il bene dell’umanità e per l’umanità muore (donde la marcia funebre). Dopo i due forti ma asciutti e rapidi accordi iniziali – una sorta di “Ei fu” manzoniano – il primo tema è presentato dai soli archi sottovoce, quasi incerto e esitante, poi la crescita di tensione è graduale e, dopo  ogni momento di riflessione, riprende sempre più forte, secondo i principi classici che imponevano di raggiungere la clìmax gradualmente, esattamente come fa Gatti, che alla fine porta il movimento ad una tensione estrema, grazie anche alla continua accelerazione del tempo. Quest’eroe tormentato non è di quelli a cui le autorità elevano un monumento equestre nella piazza principale, ma è un'altra specie di eroe, a cui l’umanità intera tributa un estremo saluto commosso e sofferto, qual è la Marcia funebre, che - tra l’altro - solo in alcuni momenti è effettivamente una marcia. È fortissimo il contrasto con gli ultimi due movimenti, presi ad un tempo velocissimo, senza però che la velocità impedisca alla musica di respirare.

Nella Quarta Gatti adotta invece tempi molto lenti, che funzionano come una lente d’ingrandimento e permettono di osservare e gustare tutti i dettagli della partitura: ma come avviene con le lenti, questo potrebbe appiattire e deformare l‘insieme o farlo apparire un reperto privo di vita. Con Gatti questo non avviene e la sinfonia resta ben viva e palpitante. La ragione del passaggio dai tempi veloci della Terza ai tempi molto lenti della Quarta sta nel fatto che sono la tensione e la drammaticità a fare dell’”Eroica” un capolavoro assoluto, mentre la Quarta eccelle per la qualità della sua scrittura, originale ed elegante, armoniosa e perfetta, che i tempi di Gatti, il suo equilibrio e la sua chiarezza permettono di apprezzare pienamente.

Anche nella Quinta, indubbiamente la sinfonia più irruente di Beethoven, Gatti adotta tempi leggermente più lenti del consueto, almeno all’inizio. Il famosissimo attacco breve-breve-breve-lunga-pausa non è il destino che bussa alla porta, come avrebbe affermato Beethoven secondo l’inattendibile Schindler: Oltretutto questa manona che bussa alla porta è un’immagine alquanto grottesca. Esagerare da subito la forza e la fatalità di quel breve motivo, come molti fanno, significherebbe precludersi la continua e travolgente crescita di dinamismo e di tensione di questo movimento e dell’intera sinfonia. Per Gatti quell’incipit ha piuttosto il tono di una domanda inquieta, da cui si sviluppa un percorso che da quella domanda, ripetuta e ripetuta in modo diverso durante l’intero movimento giunge attraverso un percorso sofferto – pensiamo al breve solo dell’oboe, sospeso nel vuoto, quando tutto potrebbe precipitare e dissolversi – ad un’affermazione ancora insinuata dai dubbi del do minore. È solo attraverso i due movimenti successivi che quella domanda si risolve nell’affermazione positiva e trionfante del movimento finale in do maggiore: a proposito, la transizione dal terzo al quarto movimento è da incornicare, ma tutta la direzione di Gatti  dalla prima all’ultima nota è… scusate… non trovo le parole.

Il successo è stato clamoroso. L’affetto per Gatti, che da giovane è stato a lungo direttore principale a Santa Cecilia, era avvertibile già nello slancio con cui è stato accolto ogni volta che entrava sul palco e poi negli applausi al calor bianco al termine di ogni sinfonia. La graditissima presenza di molti giovani tra il pubblico si faceva sentire con grida d’entusiasmo e fischi all’americana. C’è però una dolente nota: al primo concerto il pubblico era numeroso, pur non esaurendo i posti disponibili, mentre al secondo i posti vuoti erano veramente molti, probabilmente per la simultaneità con la partita Italia-Spagna del campionato europeo di calcio. Dispiace per chi non c’era. 

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