G.a.m.o., ottagoni e onde al Maggio

Eccellente concerto diretto da Francesco Gesualdi fra Novecento storico e attualità per il “Maggio aperto”: Varèse, Hindemith, Coluccino

ET

08 maggio 2026 • 3 minuti di lettura

GAMO ensemble
GAMO ensemble

Firenze Teatro del Maggio Musicale Fiorentino

Interni, Octandre, Onda, spora - Atopica, Kammermusik n. 1

06/05/2026 - 06/05/2026

“Maggio aperto” è la sigla sotto cui il festival del Maggio Musicale Fiorentino, come già nella precedente edizione, ospita le più rilevanti realtà della musica a Firenze: gli Amici della Musica che presentano l’integrale dei quartetti beethoveniani affidati a diverse formazioni, L’Homme Armé per un programma monteverdiano, l’Accademia Bartolomeo Cristofori per un ciclo di cinque concerti sui suoi preziosi fortepiano, il Conservatorio “Luigi Cherubini”, l’Orchestra Giovanile Italiana, gli ensemble cameristici della Scuola di musica di Fiesole, Samuele Lastrucci con i Musici del Gran Principe per un programma dedicato al Grand Siècle francese, Tempo Reale per una rievocazione del movimento Fluxus e del suo esponente fiorentino Giuseppe Chiari, che tocca anche Toshi Ichiyanagi, Yoko Ono e John Cage. Iniziativa pregevole in sé perché recupera una storica missione dei festival fin dalla loro fondazione, il farsi contenitore delle migliori realtà fiorentine – e ancora molto si potrebbe fare in questa direzione – ma anche perché molti di questi concerti si svolgono in spazi che la maggior parte del pubblico non conosceva ancora, come la Sala Regìa, la Sala Orchestra e la Sala Coro, perfetti per questi programmi per dimensioni e eccellenza della resa acustica.

Non poteva mancare a “Maggio Aperto” il G.a.m.o., Gruppo Aperto Musica Oggi, fondato nel 1980 da Giancarlo Cardini, Albert Mayr e altri protagonisti e animatori della musica contemporanea a Firenze, e oggi sotto la salda e creativa guida di Francesco Gesualdi. Proprio Gesualdi ha diretto il concerto del 6 maggio nella Sala Regìa con un bellissimo programma, “Ottagoni e onde”, che univa due classici degli anni Venti del Novecento storico, Octandre per otto strumenti di Edgar Varèse (1923) e la Kammermusik n. 1 per dodici strumenti di Paul Hindemith (1921), a lavori di un compositore contemporaneo conosciuto ed eseguito nei principali festival di musica contemporanea, Osvaldo Coluccino, ossia la prima assoluta di una selezione da Interni (Primo, Secondo, Terzo Interno) per flauto in do, flauto basso e in flauto in sol, eseguita da un altro notissimo esponente italiano della musica contemporanea, Roberto Fabbriciani, e la prima esecuzione a Firenze di Onda, spora – Atopica per nove strumenti (2003). Un concerto da ricordare per l’ottima qualità dell’esecuzione ma anche per le riflessioni che sollecitava. Nelle note per questo concerto, Gesualdi scrive: “Se Hindemith costruisce, Varèse plasma; se il primo organizza il discorso secondo relazioni interne, il secondo lo proietta nello spazio come fenomeno fisico e acustico”, e prosegue osservando che in questo dialogo la musica di Coluccini rappresenta una prospettiva diversa, perché “sembra abitare una soglia: non costruisce né impone, ma lascia affiorare. I suoni emergono come tracce, come presenze che si manifestano e subito tendono a dissolversi, invitando l’ascolto a farsi più attento, quasi contemplativo”, un’osservazione che calza in particolare con gli Interni in cui l’esperienza di Fabbriciani nelle tecniche e modi del flauto contemporaneo (pensiamo alla collaborazione con Luigi Nono), il dare corpo sonoro alle tastature, ai soffi, alle emissioni vocali del solista, al gioco degli armonici, a pianissimi sulla soglia dell’udibilità, rappresenta con evidenza questa soglia, ma anche il pezzo per nove strumenti aveva la stessa impronta. Invece ciò che ci ha colpito in Octandre, in questa esecuzione, è stata l’impronta calda e emotiva che Gesualdi e i suoi musicisti hanno dato ad un autore che sempre ci impressiona per la sua qualità inventiva così particolare, come una rivisitazione radicalmente nuova di orizzonti timbrici legati all’eredità di Debussy, ma anche per una qualche aria di famiglia, comune anche a Hindemith, con il neoclassicismo stravinskijano, però declinato in una chiave più misteriosa e esoterica; ma la vera riscoperta è stata la Kammermusik n. 1 di Hindemith, in un’esecuzione veramente bella, che trasformava la grinta modernista e rumoristica (pensiamo all’urlo finale della sirena), per cui questa composizione è famosa, in una sorta di scintillìo ricco di bagliori, e coglieva con molta misura il lirismo che è l’altra faccia di questo compositore, e che qui si esprime nel delicato Quartetto del terzo movimento, che poi, dato il prolungarsi degli applausi, è stato bissato. Ottimi gli strumentisti fra cui ricordiamo, per tutti, Matteo Fossi al pianoforte in Hindemith.