Faust il dissoluto punito 

Lo Stadtheater di Koblenz ripropone il raro Faust di Louis Spohr in un allestimento di Michiel Dijkema 

Faust
Faust
Recensione
classica
Koblenz, Stadttheater
Faust
19 Gennaio 2019 - 19 Marzo 2019

Delle numerose trasposizioni musicali del mito di Faust, quella di Louis Spohr continua a essere la meno frequentata. Il suo “Singspiel”, che curiosamente ignorò Goethe (l’Ur-Faust uscì nel 1808) per tornare all’epos popolare ma con un occhio a Klinger e Kleist, ebbe una genesi piuttosto tormentata: il trasloco a da Vienna a Praga costò un ritardo di tre anni sul debutto previsto nel 1813, e un oblio precoce lo colpì nonostante la stima e l’apprezzamento di molti colleghi illustri, Weber in testa (ma anche Wagner non disprezzò). A farlo rivivere ci provò il Covent Garden quarant’anni dopo la prima con richiesta al suo autore di trasformarlo in opera con recitativi musicati e traducendolo in italiano ma fu fuoco fatuo. 

Sporadiche continuano a essere le riprese del lavoro anche in terra tedesca e da ultima arriva Koblenz, che nel suo delizioso teatrino neoclassico ripropone l’opera di Spohr nella versione più tarda ma con sostanziosi tagli ai recitativi (documentati nel programma) in un nuovo allestimento di Michiel Dijkema ispirato, soprattutto nei coloratissimi costumi di Alexandra Pitz, al gusto medievalista di certa pittura ottocentesca. Nonostante la scansione in quadri separati dalle frequenti chiusure e riaperture di sipario, lo spettacolo restituisce il ritmo incalzante da racconto picaresco di questo insolito Faust, che comincia a patto già siglato con un Mefistofele bonario, che prova solo a farsi riammettere nella comunità dei demoni che l’ha espulso. Cancellati i tormenti filosofici della vulgata goethiana, l’esuberante Faust non pensa che a divertirsi, sfuggendo all’amorosa Röschen e tentando l’assalto alla bella castellana Kunigunde – dopo averla salvata dal malvagio Gulf e riconsegnata al conte Hugo – in una triangolazione che ricorda molto quella del Don Giovanni mozartiano. L’assalto riesce grazie al filtro amoroso della strega Sycorax e il misfatto causa duelli e suicidi a catena con la fatale punizione del dissoluto, che Mefistofele trascina all’inferno senza alcuna obiezione divina. 

Trama a parte, di mozartiano c’è anche molto nella musica di Spohr, soprattutto nelle grandi scene corali che chiudono il primo atto con il duello fra Gulf e Hugo per la liberazione di Kunigunde e nel sulfureo finale, mentre nelle grandi arie solistiche si respira già un’aria protoromantica (in particolare nella scena del secondo atto di Kunigunde “Ich bin allein … Wie dich nennen, seltsam neues Sehen” con un bellissimo scambio con il clarinetto solista, strumento caro a Spohr), ripresa e esaltata pochi anni dopo nelle grandi favole musicali weberiane. 

Moltro apprezzabile l’esecuzione della Staatsorchester Rheinische Philharmonie diretta con prudenza un po’ esagerata dal giovane Kappelmeister del teatro Daniel Spogis, comunque attento ai colori orchestrali e all’equilibrio con la scena. Scena che presenta qualche fragilità nella distribuzione vocale ma che nel complesso funziona. In particolare, buone le prove delle due protagoniste femminili, la focosa Kunigunde, ben caratterizzata anche negli arabeschi vocali da Hana Lee, e la languorosa Röschen di Anna Karmasin, mentre manca di sinistra grandiosità il Faust del baritono Christoph Plessers, la cui voce fatica a emergere negli assieme. Nico Wouterse invece è un Mefistofele poco sulfureo e bonario come un Falstaff ma scenicamente efficace. Fra gli altri, si fa apprezzare soprattutto il sensibile Junho Lee nel piccolo ruolo di Franz, più che la tronfia esuberanza del conte Hugo di Tobias Haaks o i torvi accenti del Gulf di Jongmin Lim. Molto incisivi gli interventi del coro “demoniaco” del teatro istruito da Aki Schmitt

Alla prima tutti esauriti i 500 posti scarsi della sala, accoglienza festosa. 

 

 

 

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