Esuberante, sfrenata, fantasmagorica Cecilia

Approda al Teatro Galli di Rimini il caleidoscopico spettacolo di Bartoli, Capuano e i Monacensi, nel nome (un po’ abusato) di Farinelli

Cecilia Bartoli  (Foto Elena Morosetti)
Cecilia Bartoli  (Foto Elena Morosetti)
Recensione
classica
Rimini, Teatro Galli
Farinelli e il suo tempo
17 Novembre 2021

L’esiguo numero di apparizioni italiane rende ogni concerto di Cecilia Bartoli un evento; ma grazie a stretti rapporti con la città intrattenuti fin dall’infanzia, le sue presenze a Rimini stanno diventando ora una ricorrenza significativa: nel 2018 inaugurò il Teatro Galli (finalmente ricostruito a 75 anni dal bombardamento) con una Cenerentola semiscenica di altissimo livello, e lo scorso anno è tornata presentando un variegato concerto, che si concretizza ora in un vero spettacolo sotto il titolo di facile richiamo Farinelli e il suo tempo, in scena per la 72ª Sagra Musicale Malatestiana. Di farinelliano c’è in realtà poco in programma: il nome dell’illustre castrato è ormai diventato un marchio generico per veicolare al grande pubblico l’immagine di un mondo, di un’epoca, di un genere musicale.

I fedelissimi Musiciens du Prince-Monaco diretti da Gianluca Capuano sono elegantemente schierati su tutto il palcoscenico: una trentina di elementi, quantità ben superiore a quella di tanti ensemble cosiddetti ‘barocchi’ che spopolano oggi. Sullo sfondo, scorrono proiezioni d’immagini pittoriche d’ogni epoca e stile, più o meno correlate ai brani di volta in volta eseguiti. Al proscenio, defilato in un angolo, un camerino teatrale: la diva non abbandona mai la scena, ma si veste e sveste, si trucca e imparrucca davanti al pubblico, cambiando d’abito fra un’aria e l’altra, mentre l’orchestra intermezza con pagine strumentali esuberanti, tutte all’insegna dell’effetto sonoro. La Sinfonia iniziale dal Rinaldo di Händel è staccata da Capuano a un tempo che si aggiudica la palma nella sfrenata gara di velocità intrapresa da qualche decennio fra gli esecutori dediti al Settecento; in altri brani spuntano tamburelli, sonaglietti, richiami per uccelli e sibili del vento, perseguendo una grande varietà sonora d’immediata suggestione per il pubblico occasionale.

Quanto a Cecilia Bartoli, la prima aria (dal Polifemo di Porpora) lascia perplessi e passa senza applauso: l’esito è quello – sempre più evidente negli anni – di una voce che s’inaridisce salendo in ambito sopranile, povera di armonici nella rapida vocalizzazione, con risonanze nasali e limitato volume. Perfino la sua proverbiale dizione non pare più nitida come un tempo... Mi sposto in avanti (non mancano i posti vuoti), anche per rifuggire un tecnico che sul fondo della platea continua a impartire ordini dalla sua consolle, con invidiabile voce di basso profondo. Dalla quinta fila, tutto migliora: la voce della cantante nel frattempo si scalda, l’orecchio dell’ascoltatore si abitua a quei suoni tanto peculiari, il canto lento e spianato dei brani successivi favorisce la rotondità e lo spessore delle singole note emesse dall’artista. Sono proprio quelle a fior di labbro e in ambito centrale le esecuzioni migliori: il ‘da capo’ di «Lascia la spina» (versione originale del più celebre «Lascia ch’io pianga»), proposto con un fil di voce dalla cantante e dall’orchestra, crea finalmente la magia in sala.

Poi lo spettacolo prende altre vie: il magnetismo che Cecilia Bartoli sa notoriamente innescare con lo spettatore si riversa negli ammiccamenti scherzosi di brani sempre più recitati scenicamente, nei finti screzi con un ballerino valletto (Nicolas Payan) che la segue per i cambi d’abito a vista, nelle gare che si fingono improvvisate fra la voce svettante in mille arzigogoli e la tromba eroica di Thibaud Robinne, il flauto cinguettante di Jean-Marc Goujon o il delicato oboe di Pier Luigi Fabretti. La serata è diventata leggera e il pubblico ora si diverte.

Nei fuori programma, ogni barriera stilistica risulta alfine abolita. Un’aria di Steffani viene «gershwinizzata» – come dice la cantante stessa – in un duello con la tromba a suon di fiati lunghissimi e gorgheggi mirabolanti che sfocia in Summertime: il pubblico è ormai in visibilio (si può vedere online la stessa gag rubata da qualche spettatore con lo smartphone, in precedenti occasioni simili. Da ultimo giunge la celeberrima canzone di Ernesto De Curtis Non ti scordar di me: sentirla accompagnata con le corde di budello, il chitarrone che fa da basso continuo e il mandolino barocco che controcanta alla voce finalmente rilassatasi in un canto purissimo è una meraviglia caleidoscopica da non perdere, e che vince in assoluto il premio di miglior brano della serata, un momento di vera poesia sonora... E allora viene da chiedersi: ma a che ineffabile concerto ho mai assistito?

 

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