Britten apre Mito a Milano
Il War Requiem alla Scala
07 settembre 2026 • 3 minuti di lettura
Teatro alla Scala Milano
War Requiem di Bitten
06/09/2026 - 07/09/2026Qualsiasi considerazione sull'attualità del War Requiem di Britten, che ha aperto MiTo 2026 (ieri 6 settembre alla Scala di Milano e il 7 all'Aditorium Rai di Torino), rischia di essere doppiamente calzante e angosciante perché ci ripete quanto le guerre siano inumane, inutili, stupide, proprio quando siamo quotidianamente bersagliati dalle immagini dei conflitti in atto. È un monito che suona lettera morta, ma non durante l'ascolto, perché la composizione irrituale di Britten unisce al testo canonico le poesie di Wilfred Owen, poeta soldato britannico di venticinque anni, morto al fronte la settimana prima dell'armistizio della Prima Guerra Mondiale. Così la liturgia si arricchisce di umanità, di compassione, d'indignazione. "Basta con le preghiere e le campane", canta il tenore nel Requiem aeternam, solo "le balbuzie dei fucili", le "querule granate", la "rabbia delle armi" celebrano i caduti; mentre nel Libera me il baritono dà voce a uno di loro che così si rivolge a un compagno di sventure: "Sono il nemico che hai ucciso, amico mio". E nel Dies irae entrambi i cantanti raccontano di essersi seduti a mangiare un boccone con la Morte, "fredda e cortese". Sono staffilate che tolgono il respiro e obbligano a cambiare prospettiva sul mondo che ci circonda e a guardare dentro di noi. Bene ha fatto Speranza Scapucci, da quest'anno alla guida della rassegna, a proporre questa magistrale invocazione alla pace per celebrare i cinquant'anni dalla morte del compositore, anche perché è una scelta significativa che connota la stagione.
Detto questo, l'esecuzione alla Scala è stata di prim'ordine grazie a Simone Young sul podio dell'orchestra Sinfonica della Rai, col Coro del Teatro Regio di Torino e il Coro delle voci bianche dello stesso teatro; solisti il soprano russo Elena Guseva, il tenore scozzese Nicky Spence, il baritono danese Bo Skovhus, tutti e tre partecipi anche emotivamente. L'organico è gigantesco, ma la direttrice inglese (che alla Scala ha portato a termine con successo il Ring wagneriano) ne ha avuto il pieno controllo anche nei momenti più rutilanti, mentre ha saputo dare lievità ai passaggi più intimi e dolenti, con sonorità dai contorni nettissimi. Il gesto elegante, che spesso accompagna quasi danzando sul podio. È realmente una gioia vederla in azione.
Dei tanti momenti intensi da ricordare è il finale del Liebera nos quando riprende il tema del Requiem aeternam e richiama il Dies irae con un crescendo d'intensità parossistica finché tutto si placa e i due soldati caduti cantano "Ora dormiano". Si chiude così il cerchio della speranza, anche se ci rimane impresso nella memoria lo stravolgimento dell'episodio di Abramo e Isacco, col padre che trucida il figlio e con lui "metà del seme d'Europa, uno per uno".
Quella alla Scala è stata una serata di raro entusiasmo da parte del pubblico con applausi interminabili, col solo ramamarico che il coro dei bambini sia stato penalizzato dall'acustica del Piermarini e che sui display negli schienali delle poltrone non comparisse il testo cantato, perché buona parte della sua carica eversiva Britten la deve proprio ai versi di Owen.