Bohéme impressionista
Roma: Bignamini e Livermore in una Bohème tanto semplice e spontanea (apparentemente) quanto perfetta
20 gennaio 2026 • 5 minuti di lettura
Opera di Roma
La Bohéme
13/01/2026 - 25/01/2026La Bohème è una delle opere più rappresentate - probabilmente la più rappresentata - al Teatro dell’Opera di Roma. Nel programma di sala la cronologia delle precedenti rappresentazioni occupa trentasei pagine ed elenca oltre sessanta edizioni dal 1896 ad oggi per un totale di oltre seicento rappresentazioni. In più è stata rappresentata tante altre volte negli altri teatri romani che nel passato si dedicavano all’opera. Non si può quindi affermare che una nuova edizione del capolavoro pucciniano sia un evento straordinario, tanto più perché questa Bohème è sobria, apparentemente semplice, sicuramente senza volontà di strafare: nonostante questo e anzi proprio per questo è una Bohème molto più vicina di tante altre alla volontà dell’autore e quindi alla perfezione.
Iniziamo da regia, scene, costumi e luci, firmate tutte da Davide Livermore, che questa volta realizza uno spettacolo in cui tutto sembra naturale, spontaneo e sincero, come sicuramente voleva Puccini, quando scelse di narrare la vita di un gruppetto di giovani artisti squattrinati. Livermore ambienta le loro vicende nella Parigi degli anni in cui Puccini scrisse La Bohème, che sono quelli dell’impressionismo, e quindi li immerge nelle atmosfere create da van Gogh, Renoir, Monet e altri pittori dell’epoca. Il palcoscenico è quasi vuoto - appena qualche tavolino, qualche sedia, un divano e poco altro - e sul fondale vengono proiettati quadri impressionisti, talvolta abilmente modificati e “animati” dai video di D-Wok: per fare un solo esempio, dai “mille comignoli” di Parigi evocati da Rodolfo escono veramente spirali di fumo. È l’ambientazione giusta per La Bohème, perché evoca la realtà senza descrittivismo - e soprattutto senza retorica e pompierismo - ed immerge i personaggi in luci e atmosfere mutevoli, instabili e volubili come le loro giovani vite, che si svolgono vivaci e animate davanti ai nostri occhi, con una recitazione naturale e senza forzature, che sembra spontanea ma è evidentemente calcolata e provata in ogni dettaglio.
Regia e direzione d’orchestra procedono all’unisono. Secondo Jader Bignamini l’equilibrio tra le sezioni più vivaci e quelle sentimentali e poetiche è gestito da Puccini in modo minuzioso e magistrale e i tempi e le dinamiche mutano rapidamente così come muta l’atmosfera da una situazione all’altra e da un personaggio all’altro: lo dice in un’intervista e lo mette in pratica quando sale sul podio. È ovvio che il direttore ha comunque un margine di discrezionalità nel realizzare le indicazioni del compositore e Bignamini fa sempre - o nel 99,9% dei casi - le scelte giuste. Il risultato è una direzione molto curata e anche molto attenta a realizzare le minuziose indicazioni di Puccini in modo non “burocratico” ma vivo e partecipe. I momenti più animati sono pieni di vita, quelli più sentimentali sono ricchi di sentimento e d’espressione ma mai melodrammatici in senso deteriore. L’orchestra asseconda la direzione con partecipe attenzione e realizza con precisione e delicatezza le sue indicazioni. Appena in un paio di momenti sfugge a Bignamini qualche forte che copre le voci, ma questo può dipendere dal fatto che tre diversi cast si alternano nelle dodici recite, con l’inevitabile conseguenza che quel forte che va bene con un cantante può diventare eccessivo la sera dopo con un altro cantante.
Qui si riferisce di una recita che vedeva impegnato il primo cast: primo solo in ordine cronologico, perché gli altri due non appaiono inferiori, almeno sulla carta. Il livello era altissimo e omogeneo, nonostante o piuttosto grazie all’assenza di star. Mimì era la tedesca di origine boliviana-albanese Carolina López Moreno: una voce dal bel timbro puro e chiaro, gestita con tecnica e sentimento, cioè con grande sensibilità per le sfumature e nessuna propensione agli effetti. Dà un’impressione molto positiva già con la sua “Mi chiamano Mimì”, cantata come deve cantarla una giovane a cui piaccion “quelle cose che han sì dolce malia, che parlano d’amor, di primavera, di sogni e di chimere” (qui il libretto è un po’ lezioso, ma non la musica di Puccini). E conquista completamente nei momenti malinconici e sofferti: “Donde lieta uscì” rivela una profonda tristezza che fa male al cuore, “Sono andati? Fingevo di dormire” è già un addio alla vita, semplice e straziante.
Per lunghi tratti il Rodolfo di Saimir Pirgu è allo stesso livello, ma non sempre. Ha una bella voce di tenore lirico, limpida e soprattutto capace di quei pianissimo che Puccini gli chiede, come nel finale del primo quadro. Ma certe volte rovina tutto cedendo alla tentazione di dare sfogo alla voce e virando sul forte, che oltretutto non è la sua carta vincente (non per niente ha iniziato la carriera come tenore mozartiano) e che comunque non gli consente di modulare la voce in sintonia con i delicati sentimenti espressi dalla musica.
Gli altri del gruppetto dei bohèmiens sono eccellenti. Nicola Alaimo dà a Marcello una fisicità straripante quanto la sua notevole mole e canta con una varietà e vivacità di accenti infinite e ben calibrate, fermandosi sempre un attimo prima di rischiare di diventare eccessivo. Desirée Rancatore dà alla sua amata Musetta altrettanta vivacità. Giustamente non è strabordante ed evita gli eccessi caricaturali che spesso si vedono e sentono da Musetta nel secondo quadro dell’opera. E nel quarto quadropartecipa con grande intensità e commozione agli ultimi minuti di vita di Mimì. È una Musetta ideale così come è ideale lo Schaunard di Alessio Arduini, un personaggio spesso tirato via ma questa volta disegnato magistralmente con l’attenzione che merita un protagonista. Colline è William Thomas, che avevamo ascoltato poco fa in un ruolo totalmente diversa nel Messiah di Haendel e che ora centra perfettamente il filosofo del gruppetto di bohémiens, grazie anche ad una dizione italiana migliore di quella di tanti cantanti italiani. In “Vecchia zimarra” non può esibire la profonda voce di basso di altri interpreti del ruolo, ma non è detto che questo sia un male, tutt’altro.
Matteo Peirone nel duplice ruolo di Benoît e Alcindoro è esemplare, anche perché evita toni troppo farseschi. Nelle piccole parti di contorno si sono fatti valere alcuni elementi del coro dell’Opera: erano Alessandro Fabbri (sergente dei doganieri), Andrea Jin Chen (doganiere) e Michael Alfonsi (venditore ambulante).
Ogni posto del teatro era occupato da spettatori felici ed entusiasti, sia che fossero novizi (titoli come questo ne richiamano molti, che sono i benvenuti) sia che fossero navigati ed esperti.