Blomstedt, il ritorno di una leggenda vivente della direzione d’orchestra

Il novantacinquenne direttore svedese a Santa Cecilia offre meravigliose interpretazioni di Schubert e Bruckner

Herbert Blomstedt  (Foto Musacchio e Ianniello)
Herbert Blomstedt  (Foto Musacchio e Ianniello)
Recensione
classica
Roma, Parco della Musica, Sala Santa Cecilia
Herbert Blomstedt 
18 Maggio 2023 - 20 Maggio 2023

Era venuto due volte negli ultimi anni del secolo scorso, poi è tornato nel 2021 per dirigere una meravigliosa Sinfonia n. 5  di Bruckner in una sala totalmente vuota a causa del lockdown e quindi ascoltata solamente in streaming, perciò per gran parte del pubblico dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia Herbert Blomstedt alla bella età di novantacinque anni è stato una scoperta (per la precisione, a Roma aveva diretto anche un concerto beethoveniano nel 2015 ma nella basilica di San Paolo con i Wiener Philharmoniker).

Il concerto è stato indimenticabile. E non per lo stupore di vedere un quasi centenario che dirige con una lucidità mentale e una memoria impressionanti. Tiene la partitura sul leggio ma non le dà nemmeno uno sguardo durante il concerto; anche durante le prove, come ci ha detto un membro dell’orchestra, non ha bisogno di sfogliare la partitura, indica a memoria ai musicisti il numero della battuta a cui andare ed è capace di coglie una nota leggermente calante anche nei passaggi più magmatici d’una partitura gigantesca come la Sinfonia n. 4  di Bruckner. Certamente il gesto è meno ampio di prima, ma Blomstedt ha sempre coltivato una gestualità misurata ed elegante, non appariscente, energica ed atletica con cui tanti direttori del passato e soprattutto di oggi cercano di impressionare il pubblico. I suoi anni li dimostra semmai perché dirige seduto, ma soltanto perché è convalescente da un’operazione ad una gamba in seguito ado una rovinosa caduta.

Il concerto iniziava con la Sinfonia n. 3  di Franz Schubert. Le sue sinfonie giovanili (questa l’ha composta nel 1815, a diciassette anni) sembrano semplici semplici ma in realtà non è facile centrare l’equilibrio tra pulsioni disparate: da una parte i modelli - Haydn e soprattutto Mozart - propostigli dai suoi insegnanti, dall’altra il suo rapporto con Beethoven, ambivalente, perché lo ammirava ma allo stesso tempo sentiva estraneo a sé il suo lato eroico, titanico, grandioso, che d’altronde apparteneva ormai al passato, perché nel 1815 l’ultima sinfonia scritta da Beethoven era l’Ottava. Ma soprattutto il direttore deve saper cogliere la personalità ancora acerba ma già forte di Schubert, che era un compositore singolare e letteralmente eccentrico nella Vienna del tempo. Massima semplicità e naturalezza, nessuna forzatura in un senso o nell’altro, orchestra ridotta ma suono pieno e caldo, fraseggio flessibile, duttile e analitico, che valorizza la melodia e allo stesso tempo mette in luce dettagli e voci interne: così Blomstedt ha fatto emergere il sorgivo romanticismo di Schubert dal guscio formale debitore dei grandi sinfonisti dell’epoca, rivelandoci come in questa sinfonia giovanile, che ancora non è un capolavoro, già si avverte il geniale musicista romantico.

La seconda parte era interamente dedicata alla Sinfonia n. 4  di Anton Bruckner, così gigantesca rispetto all’esile sinfonia di Schubert, eppure debitrice di Schubert quanto di Wagner (nonché di Bach e di Beethoven) di cui Bruckner è o era considerato un fedelissimo seguace. Blomstedt ne ha dato un’interpretazione meravigliosa. Alla sua età, dopo averla diretta innumerevoli volte ed averla incisa nel 1984, 1995 e 2012, non si ripete ma continua a scavare in questa musica e ha messo sul leggio la nuova edizione critica del 2018, che non per caso è dedicata proprio a lui. Non c’è battuta di quest’enorme partitura che non vibri di vita e di emozione, non c’è fortissimo a piena orchestra che suoni pletorico, non c’è ripetizione che appaia prolissa. Così l’ora (abbondante, perché i tempi di Blomstedt sono piuttosto distesi) di questa sinfonia è un seguito ininterrotto di meraviglie, culminante in un lungo e impressionante crescendo, realizzato senza bisogno di mettere in campo quantità assordanti di decibel, come sapevano fare i grandi direttori della vecchia scuola, di cui Blomstedt è l’ultimo rappresentante. Alla fine, che giunge improvvisa come se questa marea sonora s’interrompesse senza veramente concludersi, uno sciagurato spettatore scatta in un applauso ma subito si ferma, intimidito dal silenzio di tutti gli altri. Soltanto dopo una giusta pausa giungono gli applausi veri, non eccitati ma commossi, grati, affettuosi.

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