Bach, l'attualità della Passione

Con la direzione di Riccardo Minasi, un’edizione dalle molte sfaccettature.

CL

07 aprile 2026 • 4 minuti di lettura

Orchestra, cori e solisti della Passione secondo Matteo (foto Accademia di Santa Cecilia/MUSA)
Orchestra, cori e solisti della Passione secondo Matteo (foto Accademia di Santa Cecilia/MUSA)

Accademia di Santa Cecilia, Roma

Bach, Passione secondo Matteo

02/04/2026 - 04/04/2026

Quanto un odierno auditorium e una grande orchestra sinfonica si prestino all’esecuzione di un monumento della musica di Bach come la Passione secondo Matteo è uno dei primi interrogativi che ci si poneva apprestandosi all’ascolto, ora durante la Settimana Santa, nella Sala Santa Cecilia. Ma il vero tema riguarda tutto ciò che implica l’esecuzione di un’opera come questa tre secoli dopo. Come opportunamente esordisce Stefano Catucci nel bel saggio pubblicato nel programma di sala, l’interrogativo chiave riguarda la nostra situazione di ascoltatori nei confronti di un’opera così distante dalla sensibilità odierna.

All’epoca in cui fu composta la Passione si inseriva direttamente nella liturgia, oggi è considerata come opera d’arte autonoma svincolata dalla sacralità del contesto in cui era nata. Cosa accade oggi quando viene ascoltata? La differenza sta tutta in quel “di più” che esprime la musica rispetto al contenuto puramente dottrinale, risponde il filosofo tedesco Hans Blumenberg. E’ nell’esperienza umana fatta di sofferenza e di morte e sopportata grazie ad una fede collettivamente sentita che la Passione può ancora parlarci. E stare seduti in un auditorium comprendendo il testo attraverso i sopratitoli e vedendo esattamente tutto ciò che accade nell’avvicendamento di voci e strumenti aiuta a percepire il forte senso teatrale e drammaturgico di quest’opera. Che gioca su diversi livelli, il racconto evangelico, il commento affidato ai personaggi umani negli ariosi e nelle arie, i grandi corali della tradizione luterana che esprimono la riflessione e la preghiera della comunità dei credenti.

Di questa stratificazione spiega anche Riccardo Minasi nei suoi interventi pubblicati come introduzione all’ascolto. Una complessità di elementi che si materializza anche in masse orchestrali e corali di un certo rispetto. Due orchestre previste in partitura, differenziate allo scopo di alternare timbri e volumi nell’arco dell’intero pezzo, due cori, un coro di voci bianche e un certo numero di cantanti solisti. Agile come un folletto, con una gestualità piuttosto personale ma efficace, senza bacchetta Minasi disegna il fraseggio con le mani e crea con i musicisti una corrente empatica che arriva anche al pubblico. Le meravigliose parti corali che coinvolgono tutti riempiono la sala di emozione (bravi il maestro del coro Andrea Secchi e la maestra del coro di voci bianche Claudia Morelli), i solisti sono di buon livello, alcuni si distinguono. L’evangelista di James Gilchrist è un narratore di grande esperienza, con un’emissione chiarissima e una varietà di inflessioni davvero esemplare. Al suo fianco un Gesù dalla presenza interessante, Cody Quattlebaum, voce limpida e un look anticonvenzionale con capelli lunghi e anfibi che fa molto outsider, escludendo così efficacemente il personaggio dal consesso dei ‘normali’. Professionali ma meno caratterizzati gli altri quattro solisti (Jane Archibald, Sophie Rennert, Linard Vrielink, Edwin Crossley-Mercer), per qualcuno di loro - il soprano Jane Archibald ad esempio – ci si aspettava qualche soddisfazione in più che non è arrivata. Ottima la scelta di affidare alcuni ruoli ai solisti del coro (Sara Tiburzi, Costanza Fontana, Hyunmo Cho, Patrizio La Placa, Antonio Sapio, Federico Benetti, Massimo Simeoli, Andrea D’Amelio).

A dialogare con le voci soliste in alcune arie gli strumenti ‘obbligati’, punte di diamante di un’orchestra davvero notevole. Tra questi il violino di Carlo Maria Parazzoli in Erbarme dich, mein Gott, il flauto di Andrea Oliva in Aus Liebe will mein Heiland sterben, e tra le prime parti ospiti la viola da gamba di Paolo Pandolfo in Komm, süßes Kreuz. Da specificare infatti che in orchestra per l’occasione sono stati inseriti professori con strumenti originali tra cui un valido gruppo di continuisti costituito da Giulia Nuti, Andrea Coen, Cristiano Gaudio. Minasi, dal canto suo, provenendo da una formazione strumentale nell’ambito della prassi ‘storicamente informata’, fa scelte consapevoli ma non tutte prevedibili secondo principi ortodossi. Tra queste la presenza di due organi elettronici, forse per maggior impatto sonoro, che ha sorpreso i puristi.

A proposito di questo come della scelta di tempi e fraseggi, materia quanto mai divisiva nell’interpretazione bachiana, ci sembra che il contendere si possa arrestare su un punto fermo imprescindibile. E cioè quello che in quasi tre ore di musica si possono trovare imperfezioni o si può dissentire su alcune scelte, ma l’esito complessivo in una grande sala da concerto e con un’orchestra sinfonica prevede necessariamente un bilanciamento tra vari elementi. Rendere l’intensità e la grandezza di un’opera che riesce a parlare e commuovere il pubblico ancora oggi è un valore inestimabile, e questa produzione ha brillantemente raggiunto la finalità. Un plauso al servizio pubblico per la doppia diretta, radiofonica su Radio3 e televisiva su Rai5, un segno di speranza che si possano destinare risorse a ciò che merita.