Alla riscoperta del “Triplo concerto” di Beethoven

Il Trio di Parma protagonista di una brillante esecuzione della pagina beethoveniana con la Filarmonica Toscanini diretta da Ceretta

Trio di Parma - Filarmonica Toscanini - Diego Ceretta (foto Luca Pezzani)
Trio di Parma - Filarmonica Toscanini - Diego Ceretta (foto Luca Pezzani)
Recensione
classica
Parma, Teatro Regio
Trio di Parma – Filarmonica Toscanini
26 Gennaio 2024

L’appuntamento che ha inaugurato la stagione concertistica 2024 del Teatro Regio di Parma – evento fuori abbonamento organizzato in collaborazione con la Società dei Concerti di Parma e la Fondazione Arturo Toscanini – è stata un’ottima occasione per riscoprire il Triplo concerto in do maggiore per pianoforte, violino e violoncello op. 56 di Ludwig van Beethoven. Grazie, in particolare, al contributo di un trio di solisti di lusso come quello rappresentato dal Trio di Parma – formazione da oltre trent’anni attiva e affermata a livello internazionale e composta da Ivan Rabaglia al violino, Enrico Bronzi al violoncello e Alberto Miodini al pianoforte – questa pagina beethoveniana ha rivelato tutta la sua vitale originalità, smarcandosi da quella pressoché univoca patina di “brano d’occasione” che ha sovente contrassegnato quasi senza appello una composizione che invece racchiude tra le sue pieghe spunti espressivi decisamente interessanti.

Trio di Parma - Filarmonica Toscanini - Diego Ceretta (foto Luca Pezzani)
Trio di Parma - Filarmonica Toscanini - Diego Ceretta (foto Luca Pezzani)

Ideato tra il 1803 e l’anno successivo ma pubblicato tre anni dopo, il Triplo Concerto – nato per l’arciduca Rodolfo d’Austria, giovane pianista dilettane e allievo di Beethoven – rappresenta certamente un lavoro scritto su commissione e concepito pensando alle caratteristiche – e ai limiti – dei primi interpreti, vale a dire, oltre allo stesso Rodolfo d’Austria al pianoforte, il violinista Cari August Seidler e il violoncellista Anton Kraft, questi ultimi entrambi solidi strumentisti della corte dell’arciduca. Su questo impianto contrassegnato, quindi, da una specifica funzionalità, Beethoven innesta una vitalità espressiva che i componenti del Trio di Parma sono riusciti in questa occasione a ravvivare, sottolineando quella fusione tematica che contraddistingue in maniera significativa il rapporto tra i tre solisti. La densità virtuosistica del violoncello di Bronzi, l’eloquente brillantezza del violino di Rabaglia e la fresca espressività del pianoforte di Miodini hanno saputo quindi restituire in maniera decisamente efficace l’essenza di un brano che, al di là dei limiti insiti nella contingenza della sua origine, custodisce un significativo esempio della fantasia compositiva del maestro di Bonn. Un carattere che – oltre all’incisivo scambio tematico che alimenta l’Allegro iniziale – è emerso in maniera palesemente ispirata nel giuoco di rimandi che innerva il Rondò alla polacca finale, qui tratteggiato con trascinante efficacia dai tre musicisti, assecondati con puntuale presenza da una Filarmonica Toscanini diretta con gusto funzionale da Diego Ceretta.

Filarmonica Toscanini - Diego Ceretta (foto Luca Pezzani)
Filarmonica Toscanini - Diego Ceretta (foto Luca Pezzani)

Dopo il fuori programma che ha chiuso la prima parte del concerto, rappresentato significativamente dallo Scherzo del Trio per archi e pianoforte n. 7 op. 97 detto, appunto, “L'arciduca” – concesso dal Trio di Parma sulla scia dei calorosi applausi del folto pubblico presente – la serata, che era stata aperta dalla trascrizione per orchestra d’archi dell’elegia Crisantemi ideata in origine da Giacomo Puccini per quartetto d’archi e qui proposta per il centenario del compositore di Lucca, è proseguita con l’esecuzione della Sinfonia n. 9 in mi minore op. 95 “Dal Nuovo Mondo” di Antonín Dvořák.

Anche in questa occasione – come già riscontrato sempre qui a Parma per Il barbiere di Siviglia che ha aperto la stagione lirica – la lettura di Ceretta ha confermato una spiccata personalità interpretativa dedita a un lavoro analitico sulla partitura, restituito attraverso una pulizia strumentale dal gusto verrebbe da dire “calligrafico”. Un carattere che, se da un lato ha impresso una palese qualità agli equilibri tra le differenti classi strumentali di una compagine orchestrale precisa negli attacchi e nelle dinamiche, dall’altro lato ha come tenuto un poco imbrigliate le tensioni espressive di una partitura animata da un robusto carattere vivacemente comunicativo.

Caratteristiche che sono state evidentemente apprezzate dal numeroso pubblico presente, che a fine serata ha tributato un caloroso successo a Ceretta e ai componenti della Filarmonica Toscanini.

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