Al Teatro Malibran tornano gli intrighi barocchi di Vivaldi
“Ottone in villa” torna in scena in un nuovo allestimento nel segno del progetto vivaldiano del Teatro La Fenice e della direzione di Diego Fasolis
23 marzo 2026 • 4 minuti di lettura
Teatro Malibran Venezia
Ottone in Villa
20/03/2026 - 29/03/2026Il ritorno di Ottone in villa di Antonio Vivaldi sulle scene veneziane si inserisce nel più ampio progetto di riscoperta del teatro vivaldiano promosso fin dal 2018 dal Teatro La Fenice. Un ritorno che giunge in un mese particolarmente denso di titoli vivaldiani nei teatri veneti: sono passate solo poche settimane dal successo de L’Olimpiade a Verona L’Olimpiade https://www.giornaledellamusica.it/recensioni/muscoli-miti-e-meraviglie-barocche e a Treviso, in un progetto di natura prevalentemente didattica, titolo fondamentale che ancora manca nel ciclo veneziano — sempre che la nuova gestione del teatro ritenga di proseguire questa linea artistica.
Composto nel 1713 su libretto di Domenico Lalli basato su quello di Messalina di Francesco Maria Piccioli per l’opera di Carlo Pallavicino, Ottone in villa è il primo cimento teatrale del Prete Rosso e già rivela una notevole maturità drammaturgica, unita a quella vivacità musicale che diverrà cifra distintiva della sua produzione operistica. La trama, ispirata molto liberamente alla figura storica dell’imperatore romano Ottone e alle vicende legate a Messalina (qui Cleonilla), ruota attorno agli intrighi amorosi e politici che coinvolgono Ottone, la volubile Cleonilla, il fedele Caio Silio e la virtuosa Tullia. Tra travestimenti, inganni e gelosie, il dramma si scioglie secondo i canoni dell’opera barocca, ricomponendo gli equilibri sentimentali e morali turbati dall’instabilità di affetti dei personaggi.
Questo nuovo allestimento segna il ritorno di questo titolo vivaldiano dopo la versione “di emergenza” https://www.giornaledellamusica.it/recensioni/la-fenice-riparte-con-vivaldi-e-handel allestita nel luglio 2020 al Teatro La Fenice, in piena pandemia: un’edizione necessariamente ridotta e segnata dalle limitazioni del periodo, ma simbolicamente importante per la ripartenza della vita musicale. Oggi Ottone in villa ritrova una dimensione maggiormente compiuta negli spazi più contenuti del Teatro Malibran, inserendosi nel ciclo vivaldiano avviato con Orlando furioso e proseguito con Dorilla in Tempe, Farnace, Griselda e Bajazet. Un percorso coerente che sta progressivamente restituendo al pubblico veneziano la ricchezza e la varietà del teatro musicale di Antonio Vivaldi.
Dopo la parentesi di Bajazet, torna sul podio Diego Fasolis, figura centrale fin dall’inizio del progetto. Il suo approccio conferma una lettura di Vivaldi agile, scattante, sorretta da tempi vividi e da un’attenzione costante al respiro teatrale. L’Orchestra del Teatro La Fenice, pur impiegando strumenti moderni, si adegua con efficacia a una prassi esecutiva “all’antica”, restituendo trasparenza e incisività al tessuto musicale. Fondamentale il contributo del basso continuo – Giacomo Cardelli al violino, Fabio Grandesso al violoncello, Francesco Tomasi alla tiorba e Andrea Marchiol al clavicembalo – che garantisce solidità e varietà timbrica all’accompagnamento, conferendo all’insieme una convincente impronta stilistica.
La compagnia di canto si presenta in gran parte rinnovata rispetto all’allestimento del 2020. Tornano Lucia Cirillo come Caio Silio, interprete di apprezzabile autorevolezza stilistica, e di Michela Antenucci come Tullia, sempre precisa e musicalmente rifinita. Tra le nuove presenze, Carlotta Colombo dà vita a una Cleonilla seducente e irrequieta, centro magnetico dell’azione, e Margherita Maria Sala affronta con una certa autorevolezza stilistica il ruolo “en travesti” dell’imperatore Ottone. Completa il cast il tenore Ruairi Bowen con un ritratto a tinte tenui di Decio, vocalmente piuttosto fragile e con una dizione approssimativa.
Già responsabile dell’edizione del 2020, Giovanni Di Cicco firma regia e coreografie, piuttosto convenzionali e non particolarmente ispirate, di uno spettacolo che si rinnova profondamente nel confronto con lo spazio del Malibran. Come dichiarato dallo stesso regista, il cambiamento di sala diventa elemento determinante per una riflessione sulla relazione tra corpi e architettura teatrale. Ne nasce uno spettacolo dal segno fin troppo essenziale, che pone al centro il corpo come veicolo primario delle emozioni, enfatizzato dall’impiego di un nutrito gruppo di danzatori e mimi che arricchiscono la dimensione visiva e simbolica dell’azione. Le scene di Massimo Checchetto delineano uno spazio neutro, illuminato dalle luci di Andrea Benetello e popolato da capitelli di colonne antiche e spoglie di architetture classiche che emergono secondo una logica evocativa più che narrativa, mentre i costumi di Carlos Tieppo abbandonano l’ambientazione novecentesca precedente per recuperare suggestioni di classicità romana.
Se alla prima la sala del Malibran non appariva del tutto esaurita, l’accoglienza è stata comunque calorosa, con applausi convinti per tutti gli interpreti: ulteriore conferma dell’interesse per il lavoro intrapreso dalla Fenice e della vitalità di un repertorio che, ormai non più di nicchia, si rivela ancora sorprendentemente teatrale e comunicativo.