Muscoli, miti e meraviglie barocche
Tra spirito sportivo e acrobazie sceniche L’Olimpiade di Vivaldi in una Verona ancora fresca di festa di chiusura dei giochi olimpici invernali
02 marzo 2026 • 4 minuti di lettura
Teatro Ristori Verona
L'Olimpiade
23/02/2026 - 01/03/2026Inserita in “Cultural Olympiad 26 – the Arts Programme”, L’Olimpiade di Antonio Vivaldi arriva per la prima volta in una Verona appena uscita dal clima festoso delle Olimpiadi invernali con il carattere di un piccolo evento, tanto più per la scelta, del tutto eccezionale e centrata, del Teatro Ristori al posto della consueta cornice del Teatro Filarmonico. Decisione tutt’altro che marginale per il successo di questa produzione: lo spazio più raccolto della storica sala veronese si è dimostrato ideale per accogliere un allestimento che fa del corpo, del movimento e dell’energia fisica il proprio fulcro espressivo. Il legame con l’attualità sportiva non è però solo contingente: questa produzione nasce infatti come ripresa dell’allestimento del Théâtre de Champs-Elysées, presentato nel 2024 in vista delle Olimpiadi di Parigi, quando la capitale francese si preparava a vivere la propria stagione agonistica. Un ponte ideale tra due città e due momenti diversi, uniti da un medesimo immaginario olimpico che trova nella partitura vivaldiana un tramite sorprendentemente vitale.
Con un libretto firmato dal poeta melodrammatico per eccellenza del Settecento, Metastasio, L’Olimpiade fu messa in musica da un catalogo impressionante di compositori — Caldara, Leo, Pergolesi, Galuppi, per citare solo i più noti — prima di Vivaldi, che vi si cimentò intorno al 1734 ricavandone una partitura di raffinata invenzione armonica e di trascinante varietà espressiva. Al centro della vicenda ci sono due amici del cuore e rivali in amore, Licida e Megacle, entrambi in gara per conquistare Aristea, figlia del re Clistene, che andrà in sposa al migliore degli atleti. Quel che segue è un intreccio di inganni, sacrifici, minacce di morte e agnizioni risolutive che Metastasio orchestra con grande sapienza teatrale, mescolando una vasta gamma di affetti e colpi di scena a raffica.
Il regista Emmanuel Daumas firma uno spettacolo che non teme il confronto fra epoche e linguaggi. Il suo sguardo parte dalla Grecia antica, evocata nel libretto, ma arriva con naturalezza al nostro presente, costruendo un parallelo non privo di ironia fra il culto del corpo atletico nell’antichità e quello della voce – altrettanto scolpita, allenata, disciplinata – nell’opera barocca. In scena, Licida e Megacle non sono solo eroi amorosi, ma veri atleti, corpi in tensione continua, spesso amplificati da ironiche estensioni muscolari che sottolineano il gioco del travestimento e della finzione teatrale. Daumas non sembra voler sciogliere del tutto i nodi dell’intricata vicenda: piuttosto, li usa come pretesto per un racconto per immagini, gag, numeri acrobatici (con la presenza di veri acrobati) e momenti quasi da musical. La prima parte dello spettacolo, luminosa e sensuale, strizza l’occhio a Eros: domina una leggerezza giocosa, sostenuta anche dalle coreografie brillanti di Raphaëlle Delaunay. Nella seconda parte, invece, l’atmosfera cambia radicalmente: Thanatos prende il sopravvento, i colori si fanno cupi, e il dramma esplode fra minacce di morte, suicidi annunciati e riconoscimenti finali tanto improbabili quanto liberatori. L’introduzione dell’elemento magico, con Aminta trasformato in una sorta di strega “ex machina”, aggiunge un ulteriore livello di straniamento, quasi a ricordarci che siamo sempre dentro un grande gioco teatrale.
La scena ideata da Alban Ho Van trasporta tutto questo in una palestra contemporanea: attrezzi ginnici, materassi mobili, spazi che si ricompongono di continuo e diventano ora campo di gara, ora luogo del sacrificio, ora palcoscenico dell’amore. I costumi di Marie La Rocca, invece, creano un raffinato contrasto: se gli atleti ostentano fisicità e artificialità muscolare, gli altri personaggi indossano abiti dal gusto vagamente francese, quasi molieriano, con deformazioni grottesche che evitano qualsiasi ricostruzione storica pedissequa.
Rispetto alle recite parigina, la locandina veronese è stata interamente rinnovata. Forse mancano alcune punte di eccellenza assoluta come a Parigi, ma il risultato complessivo guadagna in omogeneità e coesione. Nei ruoli dei due amici-rivali spiccano Josè Maria Lo Monaco, un Licida vocalmente autorevole anche se un poco trattenuto sul piano scenico, e Nicolò Balducci, Megacle di grande agilità e disinvoltura, irresistibile nel costume che lo avvolge di muscoli di gommapiuma. Vivacissime e convincenti Loriana Castellano (Aristea) e Benedetta Mazzucato (Argene), capaci di coniugare freschezza attoriale e solidità vocale. Il versante comico trova interpreti ideali in Christian Senn, un Clistene gustosamente sopra le righe, e Roberto Lorenzi, che in “Sciagurato in braccio a morte”, accompagnato dal solo violoncello di Sara Airoldi in scena, regala uno dei momenti più intensi e intimi dell’intera serata. L’altra gemma, “Siam navi all’onde algenti”, è affidata alla statura artistica di Ana Maria Labin, che conferisce ad Aminta un’autorevolezza e una profondità davvero speciali in un personaggio minore sulla carta.
Sul podio, Giulio Prandi guida con brio e fantasia l’Orchestra della Fondazione Arena di Verona. Pur su strumenti moderni, il suono è modellato con attenzione filologica, colori fortemente contrastati e una pulsazione ritmica che sostiene efficacemente l’azione scenica, senza mai appesantirla.
Il successo finale è stato netto: applausi calorosi al termine di ogni aria e una vera ovazione conclusiva da parte di un pubblico particolarmente numeroso e molto partecipe durante le tre ore dello spettacolo.