A Santa Cecilia il debutto di Petr Popelka e il ritorno di Hélène Grimaud
In programma musiche di Martinu, Gershwin, Čajkovski e Stravinsky
23 febbraio 2026 • 5 minuti di lettura
Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Parco della Musica
Popelka e Grimaud
19/02/2026 - 21/02/2026Petr Popelka è il direttore principale dei Wiener Symphoniker dalla stagione 2024/25 e contemporaneamente conserva fino all’estate del 2026 l’incarico di direttore principale e artistico di un’altra ottima orchestra mitteleuropea, quella della Radio di Praga. Inoltre pochi giorni fa ha debuttato sul podio dei Berliner Philharmoniker e nei prossimi mesi dirigerà alcune delle migliori orchestre europee ed americane. Dunque non bisognava perdere il sui debutto a Roma, tanto più perché - sia detto tra parentesi - l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia tende a riproporre direttori già sperimentati, tutti di ottimo livello, e soltanto due o tre volte all’anno offre l’occasione di incontrarne uno nuovo.
Il programma scelto da questo quarantenne praghese era piuttosto originale, perché sembrava che avesse accostato quattro composizioni musiche irrelate tra loro, come si faceva un tempo. Ma a guardare più attentamente si scoprivano segrete relazioni tra queste musiche. La prima parte del concerto era infatti dedicata alla musica americana: che il “Concerto in fa” di George Gershwin sia musica americana è lapalissiano, ma anche “Thuenderball P-47” di Bohuslav Martinu è musica americana, perché il compositore ceco scrisse questo “scherzo musicale” nel 1945, durante il suo esilio americano, ispirandosi a un cacciabombardiere impiegato dall’aviazione Usa nella seconda guerra mondiale. Questo non hanulla a che fare col militarismo o con l’esaltazione della vittoria americana ma si richiama piuttosto a “Pacific 231” di Arthur Honegger, un compositore che Martinu aveva conosciuto, frequentato e ammirato durante il suo periodo parigino. In questo celebre pezzo del 1924 Honegger esaltava la modernità, la forza e la velocità di una locomotiva, altro prodigio della tecnica e dell’industria americana. Non bisogna cercare in “Thuenderball P-47” il ritratto musicale di un dispositivo bellico possente, minaccioso e rumoroso. Non è affatto musica “rumorista”, anzi è fondamentalmente tonale, in un elegante stile moderatamente moderno, imparentato al neoclassicismo stravinskiano di quegli anni. Il ritmo ostinato degli archi è leggero, vivace, allegro ed evoca il turbinare rapidissimo dell’elica ma non il rombo del motore. Sopra questo ritmo di fondo la musica si svolge con una serie di brevissime variazioni, molto libere, tanto che si direbbe che l’aereo cambi spesso direzione, quota e velocità, ma con spensieratezza, senza intenzioni minacciose. Queste continue, piccole e veloci variazioni mi hanno ricordato il cielo e il paesaggio a spicchi dei pittori aerofuturisti, Giacomo Balla in primis. Ma al centro di questo pezzo di una decina di minuti, tutto cambia e si avverte un ritmo di danza, emerge una melodia popolaresca. Cosa vuol dire Martinu? Forse che il pilota sta sorvolando una verde campagna o che pensa con un po’ di nostalgia al suo paesello? Butto lì delle mie ipotesi, che probabilmente non sono né giuste né sbagliate, perché Martinu sembra seguire il suo estro e lasciare che ogni ascoltatore veda in questa musica ciò che vuol vedere. D’altronde l’ha definita “Scherzo”, sicuramente perché ha la forma tripartita dello Scherzo classico, ma probabilmente anche perché è una musica che si muove liberamente nel cielo, come un aereo libero dalla forza di gravità. Non è affatto un pezzo facile da eseguire: bisogna sbrogliare una scrittura intricata, raggiungere una precisione totale, dare evidenza a tanti dettagli, raggiungere una sensazione di aerea leggerezza: cose che Popelka ha fatto benissimo. E si avvertiva che ha raggiunto subito un’ottima intesa con l’orchestra.
Ci siamo soffermati a lungo su questo breve pezzo, perché è pressoché sconosciuto (mai eseguito prima a Santa Cecilia) e perché Martinu si rivela ogni volta un compositore originale e interessante: si spera che i timidi segnali di un risveglio d’interesse nei suoi confronti si intensifichino. La parte “americana” del concerto proseguiva col più americano dei compositori a stelle e strisce, ovvero l’ebreo di origini russe George Gershwin. Ad eseguire il suo “Concerto in fa” si è invitata la pianista Helène Grimaud: i francesi l’adorano e in questo probabilmente c’è un pizzico di sciovinismo, ma effettivamente è una buona pianista, soprattutto in un certo repertorio, in cui non si sarebbe detto che rientrasse Gershwin. Sbagliato: l’ha eseguito benissimo. Le manca un po’ di swing, ma le sue dita volavano leggere sulla tastiera e la musica sgorgava piacevole, fluente, discorsiva. E le è venuto naturale cogliere le somiglianze tra Concerto in fa di Gershwin e Il Concerto in sol di Ravel: in particolare è molto simile l’inizio del terzo movimento dell’uno e dell’altro concerto. È noto che Gershwin ammirava molto Ravel, tanto che si recò a Parigi per studiare con lui ma ebbe un cortese rifiuto. Piccolo dettaglio: il Concerto di Gershwin è del 1925, mentre Ravel iniziò a comporre il suo nel 1929, al ritorno da un viaggio negli USA. Mentre il suono della Grimaud non è molto potente, Popelka sceglie un organico orchestrale molto ampio (particolarmente per quel che riguarda gli strumenti ad arco) cosicché in qualche momento copre il pianoforte e anche i vari ‘solo’ degli ottimi fiati dell’orchestra, che faticano ad emergere come dovrebbero. Alla fine (mi riferisco alla replica del venerdì) gli applausi sono entusiastici e la Grimaud risponde con due bis: la “Bagatelle II” del compositore ucraino contemporaneo Valentyn Sylvestrov (non l’avrei mai identificata se l’ufficio stampa non mi avesse gentilmente passata quest’informazione) e uno degli “Études-Tableaux op. 33” di Rachmaninoff, quello in do minore n. 3.
Questo bis era un preludio alla seconda parte del concerto, dedicata alla Russia. Nel poema sinfonico “Francesca da Rimini” di Čajkovski Popelka ritornava nel territorio a lui più consono: suono pieno, caldo, immerso in un’atmosfera tragica percorsa da drammatici lampi, che creavano tensioni laceranti e atmosfere instabili. E al centro il trepidante racconto che Francesca stessa fa della sua storia d’amore, iniziato dalla nuda melodia del clarinetto, appassionata e allo stesso tempo disperata, molto russa. Segue “L’Uccello di fuoco” di Igor Stravinsky (precisamente la seconda suite del balletto, del 1919), a cui Popelka dà una tinta orchestrale piena e turgida, che conserva qualcosa dell’orchestra di fine Ottocento, mentre è attenuato il novecentismo dei colori netti e anche duri: non senza motivo, perché in questo primo grande capolavoro di Stravinsky l’influsso del suo maestro di composizione e orchestrazione Rimskij-Korsakov è ancora forte. Il pubblico che gremisce la sala scoppia alla fine in applausi fragorosi , che con un crescendo di entusiasmo si trasformano in un battito ritmico all’unisono delle mani.