Lorenzo Viotti ed Ettore Pagano a Santa Cecilia
Il giovanissimo violoncellista ha interpretato il Concerto di Elgar e il direttore la popolarissima e amatissima Sinfonia n. 5 di Čajkovskij
09 febbraio 2026 • 5 minuti di lettura
Accademia Nazionale di Santa Cecilia – Parco della Musica
Ettore Pagano, Lorenzo Viotti
05/02/2026 - 07/02/2026Due giovani sono stati i protagonisti di questo concerto all’Accademia di Santa Cecilia. Lorenzo Viotti, trentasei anni il prossimo mese, può essere ancora considerato giovane, dati i tempi piuttosto lunghi di maturazione un direttore d’orchestra. Ettore Pagano è un giovanissimo di ventitré anni scarsi, che dimostra una maturità straordinaria. Lo ricordiamo quando tre anni fa aveva suonato a Roma le Suites per violoncello solo di Bach https://www.giornaledellamusica.it/recensioni/tre-violoncelli-per-bach a pochi giorni di distanza da Misha Maisky e Mario Brunello e non aveva affatto sfigurato al confronto, anzi…
Ha già un’attività concertistica piuttosto intensa ma sa di poter e dover crescere ancora e non smette di studiare e di ampliare i suoi interessi anche per ampliare il consueto repertorio dei violoncellisti, in genere e piuttosto ristretto: per esempio, la prossima settimana nella stagione da camera dell’Accademia Filarmonica Romana eseguirà musiche di Schnittke, Ligeti e Martinu e intanto sta studiando il (semi)sconosciuto Concerto per violoncello e orchestra di Henry Dutilleux, scomparso quasi centenario nel 2016, ultimo erede della scuola musicale che si sviluppò in Francia nel Novecento sulla scia di Ravel e del gruppo dei Sei. Grazie a questo suo repertorio già molto ampio ha potuto con brevissimo preavviso sostituire nel raro Concerto per violoncello in mi minore op. 85 di Edward Elgar l’indisposto Sheku Kannerth Mason. Speriamo che l’incontro con questo violoncellista britannico di poco meno giovane di Pagano, diventato famoso per aver suonato diciannovenne al matrimonio del principe Harry con Meghan (ma è in possesso anche di credenziali più solide) sia soltanto rinviato, ma intanto ci siamo goduti Pagano.
Tra gli ultimi anni dell’Ottocento e i primi del Novecento Elgar raggiunse una fama enorme in Gran Bretagna e nel “mondo intero”, allora limitato all’Europa e alle Americhe, se ci si riferiva alla musica classica: ne danno un’idea le circa cento esecuzioni che la sua Sinfonia n. 1 ebbe nell’anno successivo alla prima del 1908. Proprio il Concerto per violoncello, composto nel 1919, segnò l’inizio della fine dell’entusiasmo del pubblico nei suoi confronti. Però da qualche decennio Elgar gode di nuovo favore in Gran Bretagna e ora anche nel resto del mondo, Italia inclusa.
Questo Concerto merita indubbiamente di essere ascoltato, sebbene non possa essere definito un capolavoro. Il violoncello ne è il protagonista assoluto: apre il Concerto con un breve ‘solo’ e prosegue inanellando una serie di episodi molto diversi tra loro, con un andamento liberamente rapsodico: alcuni sono energici, altri contemplativi, altri estroversi, altri virtuosistici, dando al violoncello il modo di dimostrare tutte le sue possibilità tecniche ed espressive. Durante questi episodi l’orchestra tace o accompagna molto discretamente, prendendo un po’ di spazio per sé nelle sezioni che separano i vari monologhi del violoncello. Pagano sfoggia intonazione perfetta, un bel timbro omogeneo in tutta la gamma dal grave all’acuto, precisione ritmica, sicurezza tecnica assoluta, mantenendosi sempre molto controllato: forse poteva essere meno serioso e concedere a questa musica e al pubblico un approccio più libero, disinvolto, comunicativo, vivace, estroso. Sono qualità che non gli mancano, come dimostra nel bis (ci riferiamo alla replica del sabat) che era "Julie-O" del violoncellista e compositore americano Mark Summer, un brano che inclina al jazz ma rivolto soprattutto alla scoperta di nuove sonorità del violoncello, ora sfregando le corde con l’arco, ora pizzicandole col dito, ora percuotendole col palmo della mano.
In Elgar Viotti ha fatto egregiamente quello - non molto in verità - che doveva fare. Nella seconda parte del concerto l’attendeva bel altro impegno, la Sinfonia n. 5 in mi minore op. 64 di Čajkovskij. Nell’introduzione i due clarinetti, cui poi si aggiungono i due fagotti, cantano magnificamente la melodia, ma l’accompagnamento degli archi gravi non è “pesante” come indicato dal compositore e così non si crea il clima intensamente malinconico, per non dire desolato, di questa pagina. Viceversa il seguente Allegro non è “grazioso e leggero” come vorrebbe Čajkovskij e quando poi entra il primo ‘tutti’ orchestrale si è colpiti da un’esplosione violenta, che non crea un contrasto dialettico con quel che precede ma è l’irruzione di qualcosa di assolutamente estraneo, irrelato. E similmente prosegue per tutto il movimento il contrasto tra queste due aeree tematiche. A questo Allegrocon anima manca insomma proprio l’anima, l’espressione tormentata dell’anima del compositore, che non significa affatto sentimentalismo ma è tormento interiore, visione tragica e disperata della vita, tipicamente tardoromantica, che non deve essere interpretata con un eccesso di sentimentalismo ma neanche con distaccata oggettività, come sembra fare Viotti.
Ci fermiamo al primo movimento, ma analogo discorso si potrebbe fare a proposito degli altri tre. La coda del quarto movimento è particolarmente veloce e strepitosa e scatena gli applausi fragorosi del pubblico, per la nota legge che mette in rapporto diretto i decibel del finale di un brano e i decibel degli applausi. Ricapitolando, non si può negare che dal punto di vista puramente sonoro non mancava nulla - si potrebbe fare qualche appunto solo alle scelte agogiche, con i tempi lenti solitamente troppo lenti e quelli veloci troppo veloci - ma è sembrata una lettura che si fermava alla superficie di questa musica e rischiava di risolversi in una esibizione di virtuosismo direttoriale. L’orchestra stessa sembrava soddisfattissima di quest’occasione di mettere in mostra le sue qualità (peccato solo per alcuni piccoli infortuni che hanno rovinato la lunga e fascinosa melodia del corno nel secondo movimento: abbiamo sentito tante volte l’ “altro primo corno” di quest’orchestra e non gli era mai capitato nulla del genere).
Alla fine, quando gli applausi alla Sinfonia di Čajkovskij cominciavano a scemare, è venuto alla ribalta un signore dai capelli bianchi, cui è stato offerto un grande mazzo di fiori. Probabilmente molti del pubblico non hanno capito il perché di questa piccola cerimonia: era un saluto a Daniele Ciccolini, violinista dell’orchestra, che era al suo ultimo concerto prima della pensione, ma che sicuramente continuerà nella sua multiforme attività di violinista in gruppi cameristici, nonché di scrittore e autore di testi teatrali. A lui un sentito ringraziamento per i tanti anni dedicati alla musica e a questa orchestra.