Širom, sembra folk ma non è

A Universe that Roasts Blossoms for a Horse è il terzo, magnifico, disco degli sloveni Širom

Sirom - A Universe that Roasts Blossoms for a Horse
Disco
world
Širom
A Universe that Roasts Blossoms for a Horse
tak:til / Glitterbeat
2019

Attenzione: se cercate Širom su Google, il primo risultato è la sigla della Società italiana di radiologia odontostomatologica e maxillofacciale. Scorrete più in basso: come indica l’háček siamo nell’est Europa, proprio all’inizio, più precisamente in Slovenia. Qui parola širom – almeno secondo Google translator – può significare “dappertutto”. 

La questione della traduzione in realtà, a una veloce consultazione di dizionari online, sembra più complessa. Ma è bello non privarsi della suggestione: in effetti, è una definizione perfetta per la musica dei Širom, trio composto da Ana Kravanja, Samo Kutin e Iztok Koren che ha pubblicato da poco il suo terzo album, il secondo con la Tak:Til / Glitterbeat dopo il fortunato I Can Be a Clay Snapper.

Senza replicare l’ennesimo giochino sulla “musica senza categorie” e sul “folk immaginario”, A Universe that Roasts Blossoms for a Horse conferma le linee del precedente: una musica meravigliosamente seducente, che sembra folk ma folk non è, in un frullato di strumenti “etnici” di diversa provenienza e foggia (tutti e tre i componenti sono polistrumentisti): violini, viola, rebab, balafon, bendir, ghironde, melodiche, banji, tamburitse (forse l’unico richiamo alla “tradizione” slava),  pezzi di gamelan oltre a vari oggetti.

È un raffinato gioco all’incastro, quello dei Širom, che sta – a volerlo collocare a tutti i costi – tra il minimalismo colto e le forme lunghe di molte musiche “classiche” del mondo, con un'attenzione particolare alla costruzione lenta e progressiva del groove. Una musica che guarda alle origini della world music stessa, con qualcosa (nello spirito almeno) della Penguin Café Orchestra prima maniera.

Ci sono le voci, anche, ma ridotte a puro suono. Per “capire” i pezzi non restano che i titoli, che somigliano a bizzarri proverbi antichi o mal tradotti: A Universe that Roasts Blossoms for a Horse, “A Washed out Boy Taking Fossils from a Frog Sack”, “A Pulse Expels Its Brothers and Sisters”… Piccole poesie in sé, tipo il Mogol-Battisti di Amore non amore, che in realtà confermano come non ci sia niente da capire, niente da tradurre. 

Un disco splendido.

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