Leap Life: la poesia investigativa di Saul Williams

Il nuovo lavoro dell’eclettico artista statunitense è un fiero proclama “antifa”

AC

08 settembre 2026 • 3 minuti di lettura

Saul Williams
Saul Williams
Leap Life
Leap Life

Saul Williams

Leap Life

Big Dada 2026

Leap Life segna il ritorno discografico del 54enne Saul Williams: poeta, narratore e musicista statunitense, occasionalmente anche attore, ad esempio nel recente Sinners, nonché adesso autore di graphic novel con Martyr Loser King, volume omonimo a un suo album datato 2016. Artista animato da temperamento irrequieto e spirito eclettico, si è distanziato progressivamente dagli esordi che lasciavano presagire un futuro di successo.

Dopo essersi affermato nel circuito della slam poetry, aveva recitato da protagonista nel film vincitore del gran premio della giuria al “Sundance” e della Camera d’Or a Cannes nel 1998, Slam appunto, per debuttare poi su disco nel 2001 con Amethyst Rock Star, prodotto da Rick Rubin.

Dalla penombra in cui si era rifugiato negli ultimi tempi è riemerso l’anno scorso, arrivando a un passo dal Grammy Award nella categoria “spoken word” per un lavoro su International Anthem firmato insieme a Carlos Niño, percussionista e produttore californiano che occupa un ruolo rilevante pure in Leap Life, essendo responsabile musicale di quattro tracce, a cominciare dall’iniziale “Baobab Constellation”, impreziosita dal sax di Kamasi Washington e messaggera di empatia (“Ecco un dono, un bacio, una mano da stringere, qualcuno disposto ad ascoltare”).

Quasi altrettanto ingente è il contributo di Robert Del Naja dei Massive Attack, implicato in tre brani, fra i quali spicca “Not Everything for Sale”, in atmosfera da mélo cameristico dovuta all’utilizzo di scampoli sonori sottratti a Il castello di Barbablù di Béla Bartók.

Ovviamente, però, nell’economia dell’opera il maggiore peso specifico spetta alle parole, innescate da un dichiarato impulso antifascista (“Sono un terrorista domestico”, si è autodenunciato ironicamente su NPR): “Non riusciranno mai a scappare, li cattureremo ovunque si nascondano”, minacciano i versi di “Vengeful Spirit”, mentre “Mazahua” – dal nome di una comunità indigena del Messico – ritrae un’immagine da Intifada (“Un ragazzino lancia un sasso contro un carro armato, è solo un sasso, cosa può fare contro un carro armato?”).

Apice della raccolta è in quel senso “Conspiracy”: affiancato da Moor Mother e Gonjasufi, Williams si riappropria del rap e riassume lo stato delle cose (“I nostri fossili alimentano l’industria, i nostri fossili alimentano la nostra stessa fine, i nostri fossili non custodiscono ricordi, i nostri fossili sono energia pura, la morte è una cospirazione, il respiro è vita”).

Il flusso narrativo scorre in un alveo post-coloniale, incarnato nella figura della compagna di origine ruandese Anisia Uzeyman, con cui aveva realizzato nel 2021 il visionario musical afrofuturista Neptune Frost, qui al microfono sull’onda di un contrabbasso durante “Une Photographie”, ambasciatrice francofona di “una tristezza che viene da lontano” suscitata dalla “foto di una donna armata di mitraglietta”.

A Madre Africa rimandano l’epilogo “Coming Forth”, immerso nei rumori captati nel caos del Cairo, e le cadenze da amapiano accennate in “Robot Slave” e sviluppate nell’incalzante “Dagger”, dove incontriamo “una guerriera travestita da ballerina, quando ancheggia è solo per sistemare il pugnale” e capiamo che “l’arma è la musica”.

“Poeta investigativo”, come ama definirsi, in Leap Life Saul Williams espone con acume e nitidezza la sua visione del mondo aggiornando la lezione dei maestri Last Poets e Gil Scott-Heron.