Le meraviglie acustiche di Elva Lutza ed Ester Formosa

Cancionero è il disco del duo sardo con la cantante catalana, fra tradizionali e inaspettate cover di Stefano Rosso

Elva Lutza & Ester Formosa
Disco
world
Ester Formosa & Elva Lutza
Cancionero
Felmay
2018

Ho un debole da tempo, lo ammetto, per gli Elva Lutza. Dopo un po’ che ci si occupa di world music, molti dischi finiscono per assomigliarsi e nel campo delle “musiche del Mediterraneo” è ancora peggio. Tra cajòn che cajoneggiano, bouzouki che mauropaganeggiano e djembè che passavano di lì per caso c’è veramente voglia, ogni tanto, di lasciar perdere la musica acustica e dedicarsi con serenità alla techno, che ha ancora delle cose da dire.

I sardi Elva Lutza – Nico Casu e Gianluca Dessì – hanno scelto una formula minimale e forse poco di appeal, e su quella insistono: tromba e chitarra. È forse vero che la povertà costringe all’intraprendenza, perché di fatto, a dover fare tutto in due, i due si inventano innumerevoli modi per incastrare le parti. La chitarra di Dessì passa da accordi che sanno di folk inglese, a ostinati, ad arpeggi sulle corde di nylon. La tromba di Casu fa gli assoli stile Miles Davis, ma poi diventa quasi classica per pronuncia, prende su di sé le parti ritmiche, si scambia il ruolo con le corde… E il tutto con una pasta d’insieme che ricorda non è un reato registrare le chitarre acustiche senza annegarle nei riverberi o strizzarle sui medi.

L’ultimo lavoro del duo è cointestato con la cantante Ester Formosa, nome noto della scena catalana (ha collaborato, fra gli altri, con Toti Soler). Si intitola Cancionero, ed è una raccolta di canzoni di varia origine e provenienza, tutte trattate con la formula minimale tromba-chitarra, con appena qualche aggiunta qui e là, che dà profondità senza snaturare l’idea di fondo del sound, che rimane asciutto e pulito: ci sono, fra gli altri, Riccardo Tesi all’organetto, Bruno Piccinnu alle percussioni, più qualche fiato a supporto della tromba (clarinetto, corno, basso tuba).

Il risultato, tra inattese cover di Stefano Rosso (in catalano, “Gira el mòn i gira” e “Pregarìa”) e tradizionali, fra brani originali e omaggi a colleghi (“Lune”, brano di Riccardo Tesi e Carlo Muratori), è splendido. Non tutto è perfetto, certo, ma la formula è rischiosa ed esige azioni di equilibrismo d’arrangiamento che, ci sta, possono scivolare: “Cielito lindo” è un’apertura sviante e poco significativa, e forse si potevano mettere un paio di brani in meno. Ma, quando tutto si incastra, si rimane incantati: i tradizionali “Cucurutxu” e “Drume” (rispettivamente in catalano e sardo) sono irresistibili, così come “Gira el mòn i gira” e “Menica menica”, dal repertorio di Bruno Lauzi – che Formosa canta in italiano con un accento catalano che suona affascinante ed esotico. Basterebbero queste a convincere gli scettici: la musica acustica, pure se vuol essere del Mediterraneo, ha ancora qualcosa da dire.

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