I Luz dallo spazio al deserto

Secondo – splendido – lavoro per Auand per i Luz, ovvero Giacomo Ancillotto, Igor Legari e Federico Scettri

Luz - Encelado
Luz
Disco
jazz
Luz 
Encelado
Auand
2019

Terrigno e cosmico, astronomico e fantastico, mitologico e psicologico questo secondo disco per i Luz (dopo l’esordio Polemonta del 2014 con la partecipazione della violoncellista Tomeka Reid), ovvero Giacomo Ancillotto alla chitarra, Igor Legari al contrabbasso e Federico Scettri alla batteria.

Encelado, si intitola il nuovo lavoro dei Luz, come uno dei sessantaquattro satelliti di Giove e come uno dei Giganti, figlio di Urano e di Gea, che ingaggiarono, perdendola, una guerra contro gli Dei dell’Olimpo. Tra spazio cosmico e immaginato il trio si muove con grande disinvoltura, divertendosi e divertendo: la ruggine rock che si è formata sul modulo orbitale della navicella non impedisce a "Soyuz!" di swingare, anzi; il prototipo funziona, tra chitarrismi acidi, nenie di un’infanzia sovietica e psicotica – che suonano quasi come un Larry Lalonde prestato al jazz invece che al neuro funk dei Primus – e un drive portentoso di basso e batteria. "Chullachaqui" sembra Nino Rota a New York, oppure uno sketch dei Lounge Lizards, mentre la breve spiegazione (ogni traccia ne ha una, a svelare il multiforme mondo che ha ispirato queste composizioni) parla di indios, di spiriti, di sciamani. Molto bene.

"Atacama" sa di polvere, inevitabilmente di deserto, come una sorta di western metafisico (dei Guano Padano che guardano a sud dell’America), mentre "Bengoechea", pigra e sorniona, è dedicata all’omonimo pittore cileno che ha donato alla band la copertina, novecentesca e sottilmente surreale. Perfettamente accordato all’attitudine fortemente narrativa di questi pezzi.

Con "Ground Control" si riprende quota, tra shuffle lievissimo e imprendibile, svisate, rallentamenti che portano a sorvolare territori familiari e forse più noti (Frisell? Ribot?), per poi ripartire a rotta di collo con una benvenuta vena di ironia che ha un che di vagamente allucinato: un pezzo perfetto per passare dall’altra parte, seguendo il bianconiglio, come Alice nel paese delle meraviglie, o un bagliore luminoso che indichi come farsi strada in quel buio stellare. Ed ecco allora la circumnavigazione planetaria di "Hum", con gli strumenti a dialogare circospetti, in attesa di capire se quelle lande siano ospitali o no.

Il finale, aperto ed enigmatico, ci lascia con il dubbio, ma non c’è tempo di fermarsi a riflettere, perché subito incalza "Shapiro", con le sue rifrazioni tra Americana e Steve Reich, attraversata da un contrabbasso suonato con l’archetto che aggiunge un quid saturnino al tutto. Le traiettorie immaginifiche di "Ballyhoo" (dal titolo di un’opera del poeta salentino Antonio L. Verri, scomparso nel 1993) parlano una lingua che sa racchiudere mondi pur non suonando nuova, ma in questo, come in altri frangenti del lavoro, è l’ispirazione a fare la differenza. La stessa che abita "Fricus", l’ultima traccia di questo secondo lavoro dei Luz, una languida canzone che suona quasi come un bolero messicano e ci porta in terre allagate dal sole, dove fa bene immaginare di stare mentre l’inverno dà gli ultimi colpi di coda in questa nostra parte di universo.

I Luz sono in giro in questi giorni per presentare il disco, uscito a febbraio: 14 marzo a Siena, 16 a Conegliano Veneto, il 17 a Mantova, il 18 al Jazz Club Ferrara.

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