Riccardo Broschi: musica antica Innsbruck

Alessandro De Marchi dirigerà la prima ripresa in tempi moderni della Merope di Riccardo Broschi con la Innsbrucker Festwochenorchester

Alessandro De Marchi
Alessandro De Marchi (foto di Sandra Hastenteufel)
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classica

Quest’anno il Festival di Musica Antica di Innsbruck che si svolge dal 16 luglio al 27 agosto celebra due importanti anniversari strettamente legati alla città tirolese: i 500 anni dalla morte dell’imperatore Massimiliano I e i 350 anni della morte di Antonio Cesti, che fu maestro di cappella e operista di corte.

Non a caso la competizione vocale che da dieci anni si realizza nel corso del Festival, una delle più importanti d’Europa, è intitolata al suo nome. Preceduto dai consueti concerti settimanali del Castello di Ambras, dai quali si è storicamente sviluppato il Festival, dal 7 agosto la programmazione si intensificherà entrando nel vivo con l’opera La Merope di Riccardo Broschi, andata in scena a Torino nel 1732 e riproposta per la prima volta in tempi moderni dalla Innsbrucker Festwochenorchester con David Hansen, Vivica Genaux, Arianna Vendittelli, Filippo Mineccia, Hagen Matzeit e Jeffrey Francis, con la direzione di Alessandro De Marchi e la regia di Sigrid T’Hooft, che dirige anche la compagnia di danza Corpo Barocco alla quale sono affidati i balletti che storicamente erano inseriti alla fine di ogni atto dell’opera. 

Riccardo Broschi oggi è un nome quasi sconosciuto, ma non nella prima metà del Settecento quando grazie alla fama del fratello, il celebre castrato Carlo Broschi noto con il nome d’arte Farinelli, componeva opere predestinate ad avere successo anche per la qualità degli interpreti tra i quali spiccava il famoso cantante. A tale proposito in programma c’è un concerto di Valer Sabadus che è specificatamente dedicato al suo repertorio e a quello di Nicolini, intitolato “Farinelli e altri eroi”.

Cantare Farinelli, oggi

Per quanto riguarda Antonio Cesti e il suo rapporto con la corte di Innsbruck, tra le opere allestite dal Festival nel corso degli anni mancava La Dori che verrà eseguita dalla Accademia Bizantina con Emőke Baráth, Francesca Lombardi Mazzulli, Rodrigo Sosa dal Pozzo, Riccardo Angelo Strano, Bradley Smith, Edward Grint, Pietro Di Bianco, e Rocco Cavalluzzi diretti da Ottavio Dantone.

La terza opera in programma è quella proposta come una delle prove d’obbligo della Cesti Competition dello scorso anno, Ottone di Handel, interamente affidata al giovane cast di cantanti vincitori e finalisti del concorso, Mariamielle Lamagat, Valentina Stadler, Angelica Monje Torrez, Rafał Tomkiewicz. 

Il concerto commemorativo della figura dell’imperatore Massimiliano I vedrà impegnati tre ensemble vocali, Cinquecento, Dufay Ensemble e Cappella Mariana, convocati per ricordare la cappella musicale della corte borgognone e quelle dei suoi domini austriaci, ed eseguire musiche rinascimentali franco-fiamminghe.

Il titolo di questa 43° edizione delle Festwochen der Alten Musik è Glanzlichter, luci scintillanti, e sottolinea l’importanza simbolica di queste congiunzioni, come spiega in questa intervista il suo direttore Alessandro De Marchi, concentrandosi sull’opera di Broschi.

Lei ha definito La Merope di Riccardo Broschi una festa per gli occhi e gli orecchi.

«Si tratta di una prima esecuzione assoluta. Nella mia programmazione degli ultimi dieci anni ci sono alcune costanti, che se si cerca musica bella sono imprescindibili: una di queste è l’opera napoletana. È un repertorio quasi inesauribile, e nonostante le riscoperte degli ultimi venti anni ci sono ancora molte cose da conoscere. Tra queste  c’è l’opera di Riccardo Broschi, che era un compositore dello stesso livello di altri che hanno lavorato in quell’epoca, anche se è stato meno fortunato. Si tratta di musica di grande ispirazione, anche se di scrittura un poco frettolosa come accadeva allora. Ciò che la distingue da quelle di altri compositori, è una certa asimmetria delle frasi melodiche, ma è soprattutto nelle arie destinate al fratello che il livello si innalza, perché evidentemente erano pensate per le straordinarie doti vocali del celebre cantante. Tra l’altro la linea interna della nostra programmazione si concentra sui ruoli vocali dei castrati, con la presenza di molti controtenori e mezzosoprani e soprani che si sono dedicati al loro repertorio». 

Anche l’allestimento sarà allineato alla prassi musicale storicamente informata?

«Credo sia la prima volta che si esegue un’opera di Broschi in forma scenica, e devo specificare che la regista è specializzata in gestualità e danza barocca, e i cantanti stanno lavorando su questi codici che sono molto complessi. Anche l’illuminazione della scena la rispetterà. Quando venne rappresentata al Teatro Regio di Torino nel 1732, nel cast di primissimo ordine figurava anche Farinelli. Il libretto di Zeno, non era una novità, perché era già stato messo in musica da numerosi altri compositori. La particolarità di questa opera seria che racconta la storia di un personaggio della mitologia greca è che a Torino, alla fine di ogni atto venivano eseguiti dei balli di stile filofrancese. Nel libretto originale vengono indicati i titoli e i temi dei tre balli e i nomi dei coreografi, ma non quelli dei compositori, distinti da quello dell’operista». 

Dunque non sappiamo chi scrisse le musiche dei balli inseriti fra i tre atti?

«No, ma grazie alle ricerche di Flavia Pappacena e Anna Rita Colturato, abbiamo scoperto che tutti i balli eseguiti a Torino a quell’epoca venivano composti dal violinista Alessio Rasetti. Esiste un concerto per violino di questo autore praticamente sconosciuto simile a quelli vivaldiani, e quasi tutta la musica dei suoi balletti è conservata, tranne quella della Merope purtroppo».

«Nella Biblioteca del Conservatorio di Santa Cecilia c’è un grande tomo con buona parte delle sue danze dove sono persino indicati i nomi dei ballerini. Ma si tratta di spartiti che venivano usati per accompagnare le prove delle danze, con un pentagramma in chiave di violino e uno di basso, ma mancano le partiture. Così mi sono divertito a ricostruire questa musica e il lavoro è durato quasi un anno, comprendendo anche la preparazione della edizione critica dell’opera».

«Queste danze di Rasetti sono scritte nello stile della pantomima, una tipologia dalla dimensione narrativa che si usava nelle danze nello stile della commedia dell’arte. Nel libretto della Merope è scritto che alla fine del secondo atto c’era un ballo di maschere, e dunque abbiamo creato una suite attingendo alle sue musiche contenute in questo volume».

Che musiche avete scelto per gli altri due balli?

«Probabilmente il primo e il terzo ballo erano più classici e legati al repertorio francese, e così siano andati a cercare musica che fosse più vicina possibile a questo mondo, e la scelta è caduta su Jean-Marie Leclair che era anche un ottimo danzatore ed era maestro di ballo proprio nel Teatro Regio di Torino. Ho trasformato parte delle sue sonate a tre intitolate Récréation de musique adattandole per orchestra. In mancanza delle musiche originali abbiano cercato delle soluzioni che si avvicinassero il più possibile all’epoca di quest’opera».

L’orchestra che eseguirà l’opera ha il nome del Festival.

«Dopo aver lavorato per venti anni con la Academia Montis Regalis, ho lasciato l’istituzione, ma non i musicisti, e una parte di loro continua a lavorare con me. Qui a Innsbruck c’era l’intenzione di creare una compagine che appartenesse al Festival, e questa nuova orchestra debutterà con La Merope. Poi eseguiremo l’oratorio Il trionfo del tempo e del disinganno di Handel, e il concerto di gala con tre dei migliori vincitori del concorso Cesti».

Concorso che è arrivato alla sua decima edizione.

«Un altro filo rosso che ha guidato la nostra programmazione è la ricorrenza dei dieci anni della competizione intitolata a Cesti. Quest’anno prevede le arie d’obbligo tratte da L’empio punito di Alessandro Melani. Il concerto conclusivo del concorso sarà diretto da Mariangiola Martello, che poi dirigerà l’opera durante il Festival del prossimo anno». 

«Anche il cast della Dori di Cesti è fatto di cantanti che sono passati per la competizione, e lavorano spesso con Dantone. Quasi tutti i nostri vincitori e finalisti sono nei cartelloni delle più importanti manifestazioni europee». 

La musica barocca dunque è sempre più presente nella programmazione di festival, rassegne e stagioni musicali.

«Sì, e dopo quarant'anni di musica barocca mi sento come uno di loro. Immagino il signor Broschi che arrivando a Torino, quando gli veniva detto che nell’orchestra c’erano per esempio anche i flauti, pragmaticamente adattava la sua musica alle possibilità locali. Io faccio lo stesso. Sembra meno filologico ma non è così, perché se trovi più manoscritti della stessa opera, usati in teatri diversi, o la stessa partitura con annotazioni, tagli, spostamenti, e manipolazioni ti accorgi del modo in cui lavoravano i compositori dell’epoca».

«Con l’età mi permetto delle cose che non avrei mai osato fare da giovane. Ma devo confessare che tutto quello che trovavo lo usavo come materiale da manipolare, ma una volta arrivato a Basilea Jesper Bøje Christensen mi mise sull’avviso dicendomi che avevo ancora moltissimo da imparare. Non si finisce mai di apprendere, ma ora  dopo tanti anni mi sento la coscienza più tranquilla».

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