Lo sguardo di Maryla Jonas
Un cofanetto Sony documenta l'attività della pianista polacca, dalla tragica storia.
26 settembre 2017 • 3 minuti di lettura
Dall’elegante – ma anche vagamente cimiteriale – ovale disegnato sulla copertina, lo sguardo di Maryla Jonas ci osserva con una sorta di triste freddezza. Non è tanto la mancanza di sorriso a colpire, quanto il taglio degli occhi, il sopracciglio sinistro leggermente arcuato, come se stesse guardando nel passato.
Non è difficile immaginare, senza necessariamente indulgere in romanticismi, che quello sguardo fosse rimasto fisso sul passato, un passato doloroso e traumatico che segnerà per sempre la storia di questa pianista, di cui ora la Sony pubblica l’opera completa in un cofanetto decisamente interessante.
Nata a Varsavia nel 1911, Maryla Jonas ci è stata raccontata come una concertista particolarmente promettente nell’Europa della seconda parte degli anni Trenta, ma – stante l’impossibilità di ascoltare alcun documento – alcune delle fonti più agiografiche sono state ampiamente ridimensionate, tanto che si può tranquillamente affermare che non sia stata una pianista di gran successo.
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Nel 1939, con l’invasione della Polonia da parte dei nazisti e la confisca dei beni della famiglia, la Jonas viene invitata a andare a Berlino per suonare, ma al suo rifiuto viene imprigionata. Riesce a fuggire grazie a un ufficiale caritatevole e intraprende così un incredibile viaggio a piedi, coprendo la distanza tra Varsavia e Berlino (quasi 600 km) in condizioni terribili, tra freddo e mancanza di cibo.
A Berlino si rivolge all’ambasciata brasiliana, che le fornisce un passaporto falso e la fa viaggiare fino al Brasile come moglie di un diplomatico. Qui, raggiunta la sorella, cade in uno stato di profonda prostrazione sia fisica che psichica, acuita dalla notizia che marito, genitori e fratello erano stati uccisi.
Lontana dal pianoforte per molto tempo, viene convinta dalla sorella e dal più celebre collega Arthur Rubinstein a tornare a suonare, cosa che farà dapprima in Sud America per poi debuttare a proprie spese alla Carnegie Hall di New York nel 1946.
È l’inizio di un periodo di celebrità, segnato dall’ingaggio da parte della Columbia e dall’esecuzione del Primo Concerto di Beethoven con la New York Philharmonic diretta da Rodzinski. Nonostante un nuovo matrimonio e un apparente ritorno a una vita agiata, la pianista soffre enormemente le pressioni dell’ambiente, cancella concerti e accusa malori durante i concerti.
Nel 1952 gli viene diagnosticata una rara patologia del sangue, che la porterà al ritiro – tornerà solo nel 1956 per un programma mozartiano e chopiniano sempre alla Carnegie Hall – e poi alla prematura scomparsa, nel 1959.
Il cofanetto Sony contiene tutte le registrazioni effettuate per la Columbia in quattro cd, tre dei quali interamente dedicati a Chopin, con largo spazio alle mazurke e ai notturni. L’ultimo disco è una raccolta piuttosto eterogenea di miniature che va da Haëndel a Casella passando per le Kindeszenen di Schumann, la Marcia alla turca di Mozart, un Impromptu schubertiano e molto altro.
Chi volesse fare una ricerca sulla ricezione dell’arte di Maryla Jonas, non farà difficoltà a imbattersi in opinioni fortemente contrastanti: ai giudizi entusiastici di alcuni si contrappongono, non senza buoni motivi, altrettante perplessità.
Anche l’ascolto dei quattro dischi conferma questa compresenza di elementi affascinanti e altri più discutibili, a incominciare dalle scelte di tempo, che vengono piegate di volta in volta a esigenze espressive. Estremamente personale nell’approccio, fresca e ottocentesca in alcuni momenti, più riflessiva in altri, la Jonas è stata certamente un’interprete in grado di illuminare in modo originale alcune pagine (le Kindeszenen la vedono capace di un lirismo candido e colorato), anche se probabilmente le precarie condizioni psico-fisiche e la conseguente limitatezza del repertorio le hanno impedito di giungere a una naturale maturazione del proprio approccio.
Come accostarsi allora alla musica raccolta in questo bel box? Di certo munendosi di una certa indulgenza, ma anche aprendosi a entrare in sintonia con una sensibilità così fragile e dolorosa, provando a guardare dentro quegli occhi tristi che ci fissano dall’ovale. Ne vale la pena.